Oggi Leonardo Sciascia avrebbe compiuto cento anni. Non è enfasi definirlo uno dei più grandi e influenti intellettuali italiani del Novecento. Probabilmente l’unica figura accostabile a Sciascia, pur nelle evidenti e profondissime differenze per l’impatto sul dibattito culturale e politico e per la straordinaria abilità di interpretare la sua contemporaneità, è quella di Pier Paolo Pasolini.

Non è un caso che proprio quest’ultimo si accorse del talento di Sciascia fin dal suo esordio nel Dopoguerra, con le Favole della dittatura, in cui dietro il codice stilistico delle favole esopiche già si rivelava una feroce satira politica.

Al di là della passione civile, un tratto che unisce i due grandi autori è la poliedricità: Sciascia è stato scrittore, drammaturgo, saggista, giornalista, insegnante, poeta e anche politico, prima indipendente nelle fila del Partito Comunista (da cui si allontanò perché non condivideva la linea del “compromesso storico”) e poi per il Partito Radicale, di cui condivideva le grandi battaglie garantiste.

Oltre all’immediato precedente del suo conterraneo Pirandello, Sciascia si è ispirato, da giovane, all’impegno civile di Elio Vittorini e allo sguardo lucido di Vitaliano Brancati, in aperta contrapposizione ai vezzi del dannunzianesimo e alle esaltazioni incendiarie del Futurismo, in cui riconosceva i semi nefasti della mentalità fascista; nella maturità, ha preso a modello il nitore stilistico di Alessandro Manzoni, il rigore logico di Diderot e ha confessato una vera e propria adorazione per Stendhal; citiamo anche, come costante riferimento fin dalla giovinezza, un autore meno conosciuto ma di singolare acume, Paul-Louis Courier, dotto grecista e maestro nell’arte del pamphlet di denuncia.

Non a caso, il tema della giustizia è sempre stato centrale nell’opera di Sciascia. Nella sua vastissima produzione, il nodo cruciale è sempre la ricerca della verità e della giustizia, perseguita con uno spirito critico di solido stampo illuminista.

Citiamo solo alcune opere, tra le più note: Il giorno della civetta, il libro forse più noto dell’autore, che racconta in un sapiente stile da romanzo giallo l’omicidio del sindacalista comunista Accursio Miraglia da parte della mafia; il saggio romanzato Morte dell’Inquisitore, violenta accusa al revisionismo cattolico che celebra la libertà di pensiero come valore irriducibile; A ciascuno il suo, potente denuncia del conformismo e dell’omertà; Todo Modo, satira vertiginosa e visionaria, tra atmosfere grottesche e insieme ieratiche, delle gerarchie ecclesiastiche; La scomparsa di Majorana, tra i libri prediletti dallo stesso autore, un’opera che sfugge agli schemi, un saggio filosofico mascherato da racconto biografico narrato anche in questo caso come un giallo; Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia, brillante rivisitazione del classico di Voltaire, di cui si riprende la satira paradossale e iperbolica per mostrare gli aspetti più contraddittori e corrotti della Prima Repubblica.

Non possiamo non ricordare come la notorietà delle opere di Sciascia sia dovuta anche a felici trasposizioni cinematografiche: Il giorno della civetta di Damiano Damiani (1968) e due film del grande Elio Petri, A ciascuno il suo (1967) ma soprattutto l’impressionante Todo Modo (1976), nella cui libera reinterpretazione del romanzo si mostra, con inquietante premonizione, l’omicidio di Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté.

Proprio al rapimento Moro sono legate alcune delle prese di posizione pubbliche più clamorose di Sciascia (a lui fu, erroneamente, attribuito lo slogan “né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”); nei suoi anni di militanza radicale si dedicherà principalmente alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio del leader democristiano.

Come tutti coloro che intervengono senza paura nel presente, Sciascia ha preso anche posizioni controverse (note le accuse di protagonismo a Falcone e Borsellino), eppure a rileggere ora quei suoi articoli, al di là di alcuni evidenti errori di valutazione, possiamo apprezzare una certa preveggenza nel cogliere i primi segnali di quella voglia barbara di ghigliottina pubblica, fondamento di ogni populismo.

Non bastano davvero queste poche righe per celebrare la grandezza di un intellettuale come Leonardo Sciascia: spero solo di poter comunicare, ai giovani lettori o a chi ancora non ne conosce l’opera, l’urgenza di riscoprirne la sottile e spietata intelligenza, lo stile elegante e limpido, l’esemplare atteggiamento di lotta appassionata e lucida contro le ingiustizie del mondo.

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