Sta volgendo al termine il primo quinquennio dei nove Municipi di Milano, che nel 2016 hanno preso il posto dei vecchi Consigli di Zona. La loro istituzione si è inserita nella riforma di Graziano Delrio, che, oltre alla Città Metropolitana, ha istituito anche questi nuovi enti.

Rispetto al passato, è stata introdotta l’elezione diretta del Presidente, si è costituita una giunta di quattro elementi (il Presidente più tre assessori) e il numero dei consiglieri è stato ridotto da 41 a 30. Un ulteriore cambiamento entrerà in gioco a partire dalle elezioni del prossimo anno, con l’innalzamento della soglia per evitare il ballottaggio che passa dal 40% al 50%, allineandosi al sistema in vigore per l’elezione dei sindaci dell’area metropolitana.

Tuttavia, i Municipi milanesi sono ancora piuttosto lontani dal livello di incisività che hanno i loro “cugini” romani, i quali sono non solo più consolidati sul piano storico, ma anche e soprattutto dotati di un’autonomia di bilancio che all’ombra del Duomo non c’è. Questo fa sì che le circoscrizioni abbiano ben poco margine di manovra, rispetto alle numerose istanze che i cittadini rivolgono loro per una non trascurabile ragione di prossimità.

Su questo entra in gioco la variabile politica. Gli ultimi due mandati hanno visto una situazione praticamente speculare: fino al 2011 Letizia Moratti poteva contare sul sostegno di otto zone su nove (con la sola Zona 9 amministrata dalla parte opposta), mentre Giuliano Pisapia nel quinquennio successivo ha fatto addirittura uno storico en-plein, con nove “parlamentini” governati dal centrosinistra.

In questa situazione di monopolio (o quasi) politico, in pratica le zone fungevano da trait d’union tra Palazzo Marino e le periferie, con la sola eccezione della Zona 1 che tuttora coincide col centro storico e che ha dimensioni molto inferiori rispetto alle altre otto. Un raccordo biunivoco, con cittadini e associazioni facilitati nell’accedere con il dialogo con l’amministrazione comunale e quest’ultima oggettivamente avvantaggiata nel dare migliore visibilità alle proprie iniziative.

Una funzione da non disprezzare affatto, ma non certo esaustiva. I limiti di questo approccio sono noti a chi ha avuto modo di interfacciarsi con queste istituzioni: con una accountability molto superficiale, in taluni casi le circoscrizioni si sono limitati a sostenere sul piano economico le pur meritevoli associazioni locali (c’è chi li ha definiti sprezzantemente “bancomat”), mentre in altri hanno sviluppato progettualità anche molto interessanti. Il fattore umano, più che l’architettura istituzionale, ha fatto la differenza.

La questione si è ulteriormente complicata in occasione delle elezioni 2016, con la spaccatura che ha visto Beppe Sala conquistare Palazzo Marino, mentre il centrosinistra ha vinto in quattro Municipi e il centrodestra in cinque. Fin dall’inizio del mandato, si è manifestata una evidente conflittualità delle circoscrizioni “ribelli” nei confronti dell’amministrazione centrale. Anche in tale frangente hanno pesato moltissimo le differenze individuali, ma questo – come il giudizio che se ne può dare – in questa sede rileva ben poco.

Ben più determinante è il fatto che la relativa autonomia dei Municipi di certo non incentiva i rispettivi Presidenti, di qualunque parte essi siano, ad assumersi la responsabilità di scelte che possono anche essere impopolari, ma che a medio-lungo termine possono incidere positivamente sulla qualità della vita dei quartieri.

La polemica sterile costa meno fatica e spesso garantisce una visibilità mediatica superiore, cosa che ovviamente non riguarda una sola parte politica, ma dipende in gran parte dall’interpretazione individuale che si dà al proprio ruolo.

Il giudizio sulle persone spetta agli elettori, mentre sul piano della funzionalità del sistema la questione andrebbe affrontata affinando la devoluzione delle competenze. Alcune funzioni specifiche, come ad esempio la gestione del verde e degli impianti sportivi di rilevanza zonale, sono già in capo ai Municipi. Se tali attribuzioni venissero perfezionate con l’assegnazione di personale ed autonomia economica, ai cittadini sarebbe più chiara la funzione di questi presidi locali.

Magari diamo loro pochi compiti, ma che siano chiari e realmente eseguibili senza dover mendicare l’ascolto dell’assessore che sta a Palazzo Marino, così che gli elettori abbiano la possibilità di fare delle richieste e valutare la capacità di ogni singolo Municipio di rispondere alle esigenze manifestate. E, a quel punto, la corrispondenza politica tra il livello zonale e quello diventerebbe un fatto secondario, rispetto a un più sano giudizio su quanto effettivamente realizzato.

A meno che non si voglia dare ragione a chi sostiene che, senza un vero potenziamento, i Municipi sono un inutile surplus, il loro rilancio dovrebbe obiettivo comune di tutte le forze politiche in gioco, visto che – pur litigando su tutto il resto – nessuno si azzarda a dire che non considera importante lavorare sulle periferie cittadine.

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