La Gran Bretagna è ufficialmente fuori dal mercato unico europeo. A mezzanotte, quattro anni e mezzo dopo il referendum sulla Brexit, si è concluso il periodo di transizione e i rapporti commerciali tra Gran Bretagna e Unione europea saranno ora regolati dall’accordo firmato dai leader europei e dal premier britannico Boris Johnson alla vigilia di Natale. “Abbiamo la libertà nelle nostre mani”, ha detto Johnson nel suo discorso di fine anno. Ma la premier indipendentista della Scozia Nicola Sturgeon ha twittato: “La Scozia tornerà presto, Europa. Tenete la luce accesa“. La Brexit ha rafforzato il sostegno alla separazione dal Regno Unito, dopo il referendum indipendentista del 2016 quando prevalsero i contrari all’indipendenza.

L’accordo di libero scambio, senza quote né dazi doganali, concluso in extremis con Bruxelles, evita una rottura brusca delle relazioni fra le due sponde della Manica, potenzialmente devastante dal punto di vista economico. Ma la libera circolazione di merci e persone cessa. Dall’Erasmus al roaming, ecco che cosa cambierà per le centinaia di migliaia di italiani ed europei che guardano al Regno Unito come meta turistica, lavorativa e di studio.

Viaggi e lavoro – La svolta più immediata riguarda, in senso più severo e restrittivo, le regole sugli spostamenti. Ora è necessario il passaporto (senza visto) per viaggiare nel Regno Unito e restarci fino a tre mesi. Per un periodo più lungo, nel caso in cui si intenda soggiornare per ragioni di lavoro o di studio, occorreranno invece visti analoghi a quelli richiesti attualmente agli stranieri non comunitari. Per limitare gli ingressi, anche dall’Ue, vengono poi introdotte liste di priorità legate al possesso di un contratto di lavoro già garantito, con un salario minimo annuo lordo di almeno 25.600 sterline (oltre 28.000 euro). Il tutto all’interno di un sistema di filtro degli ingressi a punti in cui si valuterà fra l’altro il livello di specializzazione e la padronanza della lingua inglese. È prevista invece una corsia preferenziale (fast-track entry) per ottenere il visto per i lavoratori del settore sanitario.

La questione del visto non coinvolge gli oltre 4 milioni di europei, tra cui 700mila italiani, che già vivono e lavorano nel Regno Unito. Per loro mantenimento dei diritti pre Brexit resta soggetto all’iscrizione, al più tardi entro giugno 2021, nel registro del cosiddetto ‘Eu Settlement Scheme’, istituito in forma digitale presso l’Home Office, che garantisce trattamento equiparato a quello dei cittadini britannici.

Università ed Erasmus – Chi si iscriverà all’università dal 2021 pagherà una retta piena, al pari degli extracomunitari, che a seconda degli atenei può arrivare fino all’equivalente di oltre 30.000 euro per anno accademico. Inoltre la Gran Bretagna esce dal programma Erasmus di scambi fra studenti europei, considerato troppo oneroso dal governo Tory di Johnson e utilizzato finora più dai ragazzi continentali per periodi di studio sull’isola che non dai giovani britannici attratti dagli atenei dei Paesi Ue. Un programma che Londra ha annunciato di voler sostituire con un nuovo schema di scambi globali, allargato agli atenei americani o asiatici, e intitolato al matematico inglese Alan Turing (colui che svelò i segreti dei cifrari tedeschi di Enigma durante la Seconda Guerra Mondiale). Il ministro dell’Istruzione, Gavin Williamson, ha promesso uno stanziamento iniziale da 100 milioni di sterline, in grado di coprire dall’anno prossimo i costi di soggiorni di studio globali a 35.000 studenti isolani contro i 15.000 circa dell’ultimo Erasmus.

Roaming telefonico – La questione riguarda soprattutto chi vorrà recarsi nel Regno Unito per turismo. Fino ad oggi infatti i cittadini italiani hanno potuto usare i loro piani tariffari come se fossero in Italia grazie ad una legge europea entrata in vigore tre anni fa. Con la Brexit le cose cambieranno, a meno di accordi nei prossimi mesi, e chi possiede sim italiane dovrà fare riferimento al proprio operatore telefonico circa gli addebiti roaming.

Dazi – Sarà evitata in modo quasi completo l’applicazione di dazi alle frontiere su merci e prodotti esportati da Regno Unito ed Europa e non ci sarà un limite alla quantità di prodotti commerciabili tra i due Paesi. Quanto alla pesca, settore di ridotto impatto economico che però era diventato uno degli scogli principali durante i negoziati sull’accordo, l’Europa rinuncia a un quarto (in valore) della quota di pesce catturato nelle acque del Regno Unito, molto meno dell’80% inizialmente richiesto dalla Gran Bretagna. Il sistema sarà in vigore per 5 anni e mezzo, dopodiché le quote saranno riesaminate.

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