La sua casa è stata una delle prigioni del piccolo Di Matteo. Per vent’anni è stato in carcere senza fiatare e appena tornato in libertà Giuseppe Costa, 57 anni, aveva ripreso a ‘mafiare’, anche ricevendo indicazioni con messaggi inviati dai boss detenuti. Era tornato in libertà a Custonaci il 3 febbraio 2017, ma nel giro di poche settimane, secondo i pm della Dda di Palermo, era di nuovo in contatto con le famiglie mafiose di Trapani e Marsala. Stamattina i Carabinieri e gli agenti della Dia di Trapani lo hanno arrestato, su disposizione del gip di Palermo, Piergiorgio Morosini, al termine di un’indagine in cui è stato documentato l’interesse di Costa in alcune operazioni economiche sul territorio trapanese. Nel corso dell’indagine – in parte scaturita dal blitz Scrigno del 5 marzo 2019 – le microspie dei Carabinieri hanno registrato un summit in cui si è parlato anche delle elezioni regionali del 2017 e di investimenti da programmare nel settore della raccolta dei rifiuti inerti.

Era stato arrestato il 9 gennaio 1997, riconosciuto tra gli affiliati del boss Vincenzo Virga, catturato da latitante nel 2001. Per l’intera durata della sua detenzione la mafia di Trapani ha sostenuto i suoi familiari, in segno di riconoscenza per il contribuito nel sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino Di Matteo, rapito il 23 novembre 1993 e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996. La sua abitazione era stata individuata su richiesta del capomafia Virga, a sua volta attivato da Leoluca Bagarella e Matteo Messina Denaro, il super ricercato di Castelvetrano. Per tenere il ragazzino in ostaggio venne costruita una cella nell’abitazione di Costa, che vide personalmente l’arrivo del bambino chiuso nel portabagagli e incappucciato. Nella sentenza si legge che “tutte le mattine si presentava puntuale nella casa-prigione, chiedendo ai carcerieri quali generi alimentari gradissero, provvedendo al loro acquisto”.

Dopo la sua scarcerazione, avvenuta il 3 febbraio 2017, aveva ristabilito i contatti con i figli di Virga, Francesco e Pietro, entrambi arrestati nel blitz Scrigno. Secondo i pm della Dda di Palermo (procuratore aggiunto Paolo Guido, sostituto procuratore Gery Ferrara) stava tentando di realizzare un deposito di carburanti tra Custonaci e San Vito lo Capo e di rilevare un oleificio di oltre mille metri quadri. Dopo l’arresto del boss trapanese, Nino Buzzita, in manette anche lui nel del 5 marzo 2019 e tuttora ai domiciliari, Costa si stava adoperando per recuperare un credito di mille euro avanzato dall’anziano capomafia per la vendita di bestiame. “Salvatò minaccialo… glieli dobbiamo fare dare”, diceva ad uno dei suoi complici, “gli dici, se n’è andato a ‘ricorrere’ da qualche parte questo cristiano”.

Tornato in libertà, stava provando ad intrufolarsi nella gestione della Calcestruzzi Barone, facendo leva su un vecchio legame con gli eredi di Virga. Nel corso delle intercettazioni è emerso che all’interno dell’impresa “vi erano ancora attuali interessi e partecipazioni riconducibili ai mafiosi Pietro Virga e Vito Mazzara, boss ergastolano recentemente assolto per l’omicidio del giornalista Mauro Rostagno. Secondo gli investigatori della Dia di Trapani l’interesse nell’impianto sarebbe cresciuto in seguito ad un colloquio con il killer di Cosa Nostra, Vito Mazzara, tuttora detenuto nel carcere di Parma. I due sono parenti perché Costa ha sposato una nipote di Mazzara. Ma a metterli in contatto lo scorso 23 settembre 2019 sarebbe stato il cappellano del carcere di Parma, Giovanni Mascarucci. “Buongiorno, mi ha detto Vito… vi manda un caro saluto e spera di vedervi presto”. Poi Costa si attivò per raggiungerlo.

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