Ve lo giuro. In quest’epoca contaminata da sospetti e malpensanti, metto subito le mani avanti e ve lo giuro: l’esempio che sto per portarvi è assolutamente vero. Non verosimile: vero.

Pochi giorni fa N., un bimbo, ha concluso la sua curatissima letterina di Natale con la descrizione di sé: sotto il nome a stampatello ben evidente ha aggiunto “sono marrone e ho 8 anni, ma sembro di 9”. Temendo omonimie, N. ha spontaneamente, genuinamente, fornito a Babbo Natale un paio di informazioni che ha ritenuto rilevanti per scongiurare il rischio che i suoi regali – una pista, un garage per le macchinine e un fucilone che spara dardi di gomma piuma – finissero sotto l’albero sbagliato. Ora tutto posso pensare tranne che N., cresciuto pimpante e agiato in una famiglia italo-nigeriana con cognome e nome italianissimi, abbia usato quel “marrone” in chiave razzista verso se stesso. “Marrone” è semplicemente il colore dell’astuccio oggettivamente più simile a quello che vede riflesso nello specchio.

A questo punto mi tocca mettere le mani avanti di nuovo: razzista non lo sono, posso dirlo fermamente, nemmeno io. Anzi il razzismo l’ho contrastato: ho lavorato con migranti e popoli; ho amici d’ogni origine, nati qui o altrove. E non devo aggiungere altro, non è un merito ma un fatto.

Eppure nel caso che martedì sera ha sconvolto l’Europa del pallone e tutte le chiacchiere che gli gozzovigliano appresso, io non ci trovo razzismo. Quando ho saputo del “nero” pronunciato dal quarto uomo della partita Psg-Baseksehir per indicare un assistente della squadra turca, io ho pensato al “marrone” di N.

E ho pensato pure a tutte le volte in cui, dopo che la natura mi ha consigliato di rasarmi la testa, qualcuno mi ha indicato con “quello pelato”. Non credo che nel marrone, nel pelato, nel biondo, nell’alto e nel basso ci sia discriminazione. A mio giudizio il razzismo e l’offesa non stanno nelle parole ma nell’accezione che si dà loro. Un mio amico di colore, o nero che dir si voglia, un giorno mi disse: “E’ una questione di tono, non di tonalità”.

Nel “nero” di tale Sebastian Coltescu, colpevole del fattaccio, io quindi vedo semmai la scarsa professionalità di un giudice di gara che indica qualcuno per caratteristiche fisiche anziché per ruolo. Ma è una questione insita nella primordialità del nostro linguaggio, che fin da bambini prevede di individuare qualcuno specificandone l’aspetto, più che in una volontà discriminatoria. Non sarà qualche campagna di sensibilizzazione politicamente corretta a smantellare certe pratiche inconsce.

Sono convinto allora che la lettura razzista dell’episodio sia figlia di un contesto esasperato e per questo controproducente. Anni fa, durante una lezione universitaria in cui si dibatteva di un’inchiesta giornalistica sulle strutture d’accoglienza, feci notare a dei ragazzi la ritrosia con cui pronunciavano la parola “africani”. Avevano quasi il timore che potesse risultare offensiva per indicare qualcuno. Ma perché africani sarebbe ingiurioso e americani, per esempio, no? L’Africa è un continente, l’America pure. Razzisti sono semmai certi pregiudizi che quelle parole, neutre e uguali, si trascinano dietro: Africa povera e America ricca? Oppure lo stereotipo dell’uomo di colore venuto dall’America in aereo e di quello salpato dall’Africa col barcone? Siamo ancora fermi lì?!? Probabilmente sì.

Allora è sui preconcetti che dobbiamo lavorare, non solo sulle parole. Renderne tabù alcune non risolve il problema ma anzi amplifica il solco: finché dire “africani” o “nero” sarà considerato offensivo e dire “biondo” non lo sarà, alcune caratteristiche somatiche, naturali e manifeste, saranno lette con sfavore rispetto ad altre. E di conseguenza sarà visto con altrettanto sfavore anche chi le possiede.

Neri, pelati, biondi, bassi: tutti diversi e per questo tutti uguali. L’uguaglianza è nella diversità: dobbiamo valorizzarla, non negarla. A cominciare dalle parole.

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