Minuto 90’ di Inter-Shakhtar Donetsk: il colpo di testa di Sanchez, destinato in porta, probabilmente vincente, che avrebbe deciso la partita e cambiato la stagione, si infrange incredibilmente a un metro dalla linea sulla testa di Lukaku. Sembra sfortuna, in realtà è l’immagine perfetta della partita e di tutta la Champions League dei nerazzurri. È l’Inter fermata da se stessa, dai propri limiti tecnici, tattici e soprattutto psicologici. Dai limiti anche del suo allenatore.

La disfatta europea è soprattutto la grande sconfitta di Antonio Conte. Non è la prima volta che l’Inter si lascia eliminare all’ultima partita del girone, anzi, è la terza consecutiva, perciò per i tifosi nerazzurri fa ancora più male. Ma questa è peggiore delle precedenti, perché la squadra era più forte, il girone molto più abbordabile. C’erano tutte le condizioni per ottenere una qualificazione serena, anche disperata all’ultimo minuto. Ma l’Inter di Conte, perché questa è ormai decisamente la sua squadra, nel bene e nel male, non ce l’ha fatta di nuovo.

Ci si potrebbe interrogare a lungo sul perché e non trovare una risposta convincente. Sicuramente c’è un problema caratteriale, visto che da tre anni a questa parte la squadra in due gestioni differenti continua a sbagliare sistematicamente quasi tutte le gare decisive, specie internazionali: ieri si è visto qualche passo avanti, perché a differenza che in passato la squadra non è naufragata, ma evidentemente non è bastato. Probabilmente c’è anche un problema tattico (inconcepibile in 180 minuti non fare un gol allo Shakhtar che ne ha subiti 12, una media di 3 a gara, nelle altre 4 partite del girone). Forse persino tecnico, con la qualità che sembra un po’ mancare quando si sale di livello.

Di tutto questo avrebbe potuto e dovuto parlare Antonio Conte nel dopo partita. Invece non l’ha fatto. Ha parlato di arbitri e fortuna, ha risposto male a chi aveva l’unica colpa di fargli le domande. Senza mai un dubbio, un minimo accenno di autocritica. Ed ormai è chiaro che proprio questo è il limite più grande di Conte, e di conseguenza della sua squadra: l’incapacità di interrogarsi, riconoscere i propri errori e correggerli.

Conte è un ottimo allenatore, per certi versi unico nel suo genere, che però non è riuscito a fare l’ultimo salto di qualità a livello caratteriale, che poi gli permetterebbe di compiere anche quello a livello manageriale. Per lui è sempre e solo tutto bianco o tutto nero: esiste un solo piano, una sola maniera di vincere, la sua. Non ci sono giocatori bravi o scarsi, ma solo giocatori utili alle sue idee. In questo senso la gestione di Eriksen è emblematica: sì, probabilmente il danese non è l’ideale per il suo modulo e un allenatore ha tutto il diritto di fare le scelte tecniche che ritiene opportune. Ma ha anche il dovere di riconoscere la qualità delle risorse a sua disposizione e sfruttarle: contro una squadra chiusa nella sua area, ieri Eriksen avrebbe potuto davvero fare la differenza. L’ha fatto intravedere in 5 minuti, in 15 magari avrebbe vinto la gara. Ma per Conte ormai è diventata quasi una questione personale: non esiste un’alternativa alla sua idea. O meglio esiste, solo che lui proprio non riesce a vederla.

Così si spiega la disfatta europea, così si spiega anche l’ingiustificabile conferenza stampa post partita. Eliminata da tutto, dalla Champions ma anche dall’Europa League, all’Inter ora resta solo il campionato (dove comunque è a -5 dal Milan). I conti si fanno alla fine, ma ora l’Inter è spalle al muro, ma soprattutto Conte è spalle al muro: può solo vincere lo scudetto. Altrimenti non sarà finita solo la sua avventura in nerazzurro: con investimenti milionari, una rosa attrezzata per vincere in Italia e giocarsela in Europa, una società che l’ha sempre supportato in tutto e per tutto, rischia di finire proprio Antonio Conte come grande allenatore.

Twitter: @lVendemiale

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