Un sagace redattore de ilfattoquotidiano.it mi gioca un tiro mancino: mi chiede di dire quali brani mi piacerebbe ascoltare alla Scala nel concerto di sant’Ambrogio. Per il virus, il teatro ha rinunciato quest’anno alla “prima”, programmando un concerto dal titolo A riveder le stelle che sarà trasmesso su Rai1, Radio3 e RaiPlay: interpreti famosi eseguiranno brani di Verdi, Puccini, Bizet, Massenet, Wagner, Satie eccetera.

Non è facile dire cosa vorrei ascoltare. Amo molte musiche del repertorio corrente. E ce ne sono tante, fra le poco frequentate, che adoro. Un teatro, d’altra parte, ha le proprie esigenze e programma sulla base di tanti fattori: i cantanti disponibili, il pubblico da raggiungere, la linea comunicativa da perseguire. Il concerto della Scala sarà un “evento”, e ne godremo con gioia. In ogni caso accolgo la sfida del nostro redattore ed esprimo qualche desiderio, qualche sogno.

Una perla assoluta, tra le tante disseminate da Gioachino Rossini, è la preghiera Juste ciel! Ah! ta clémence (Giusto Ciel, la tua clemenza!) nell’Assedio di Corinto (Parigi 1826). La intona Pamyra, alla testa di un coro di donne greche che vedono la città ormai preda dei turchi: è una supplica dolorosa, struggente. L’ampia melodia, solenne e dolcissima, su un accompagnamento diafano, trasmette il senso d’abbandono sconfinato di chi vede perduta la patria e in pericolo la vita.

La musica decanta l’abbattimento, l’angustia estrema, il lutto: l’affido a Dio resta la sola risorsa. È una situazione esistenziale straziante che a chiunque, sotto ogni latitudine, può capitare di sperimentare. Questa preghiera c’era già nel Maometto II, composto da Rossini nel 1820. Lì la cantava Anna, sull’isola di Negroponte, mentre incombe l’invasione musulmana. Due situazioni angosciose, in cui la sovrana bellezza del canto sospinge l’ascoltatore verso sfere ultraterrene.

Mi piacerebbe che nel concerto ci fosse spazio per il Novecento, secolo fecondo di grande musica. E vorrei ascoltare un brano con le voci bianche dei fanciulli. Penso a The turn of the screw (Il giro di vite) di Benjamin Britten (Venezia 1954), in particolare all’ultima scena del prim’atto. Qui si materializzano i due inquietanti fantasmi evocati nell’omonimo racconto di Henry James, il maggiordomo Quint e l’istitutrice Miss Jessel. Vogliono sedurre i due bambini, Flora e Miles.

Gli arabeschi vocali di Quint, la cifra dissacrante delle sue parole, il tormento di Miss Jessel (“i loro sogni e i nostri non possono essere gli stessi”), il suono tagliente degli ottoni, quello argenteo ed arcano della celesta, l’intreccio delle voci: il brivido è palpabile. L’ascoltatore, invaso dal senso di un tempo sospeso, avverte d’essere escluso dallo straniato dialogo: il processo identificativo non scatta, il mondo che la musica crea risuona remoto, in una distanza invalicabile. Si resta spiazzati. E quando Miles conclude “You see, I am bad, I am bad, aren’t I?” (sono cattivo, vero?), la stretta al cuore si fa pungente, il pensiero sgomento va all’infanzia abusata, all’innocenza corrotta.

Raramente si ascolta nei nostri teatri un capolavoro dell’Ottocento, invero impegnativo e costoso, ossia Les Huguenots (Gli Ugonotti) di Giacomo Meyerbeer (Parigi 1836). Sarebbe bello se in un concerto, e dunque con costi non esorbitanti, potessimo risentire lo sconvolgente Grand Duo di Valentine e Raoul, “Ô ciel! où courez-vous?” (O cielo, dove corri?). Ugonotto lui, cattolica lei, la dichiarazione d’amore ha per sfondo l’atroce “notte di san Bartolomeo” (23-24 agosto 1572), la carneficina ai danni dei protestanti.

È un quarto d’ora musicale e teatrale convulso e sublime, nell’alternanza vertiginosa di terrore e delizia, repentaglio ed estasi: è l’incanto dell’amore nonostante tutto, a dispetto di tutto. Giuseppe Verdi rinnoverà questa magia dell’amore “al di là d’ogni limite” nel fulgido duetto di Riccardo e Amelia del Ballo in maschera: e il modello fu appunto Meyerbeer.

Infine vorrei qualcosa di frizzante, di esuberante, per sorridere. Proporrei il Rondò di Farlaf in Ruslan e Ludmila di Michail Glinka (Pietroburgo 1842), opera fiabesca tratta dal poema di Aleksandr Puškin. Il tronfio cavaliere, uno sbruffone codardo, non sta nella pelle da che la strega Naina gli ha assicurato che sarà lui a conquistare la giovane Ludmila (“Blizok už čas toržestva moego”, L’ora del trionfo è vicina). È uno stupefacente ricalco del sillabato a raffica di Don Bartolo nel Barbiere di Siviglia: uno sgorgo di grottesco vitalismo che la fonetica slava esalta. Incroci eccitanti della cultura russa e italiana: esilarante.

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