Maradona in fin dei conti i miracoli li ha fatti: faceva muovere le gambe ai ragazzi disabili in tribuna. Sì, poteva essere fatto santo”. A scriverlo non è un adulto che ricorre consapevolmente ad un’esagerazione, ma un bambino che con la sua innocenza crede fermamente in ciò che scrive. E’ uno dei temi dei bimbi di una scuola della periferia di Napoli, Arzano, raccolti poi in un libro da Marcello d’Orta, autore del fortunato “Io speriamo che me la cavo” e appunto di “Dio ci ha creato gratis, il Vangelo secondo i bambini di Arzano”, pubblicato nel 1992. Nel tema in questione si parla della beatificazione di Papa Giovanni XXIII e il bambino dice che tutto sommato quanto a santità Diego non era da meno, attribuendogli addirittura la capacità di far muovere le gambe ai bimbi paraplegici che assistevano alle sue partite.

Emblematico di cosa sia stato Maradona per quei bambini, perché naturalmente nell’ovvietà dell’assenza di miracoli medici in quel tema di terza o quarta elementare va trovata la capacità di Diego di dare felicità, di creare meraviglia. Meraviglia, sì, perché null’altro può provare un bambino e difficilmente può evitare di provare altrettanto un adulto, di fronte a ciò che per esempio faceva Diego esattamente 32 anni fa: il 27 novembre 1988.

Si sfidano al San Paolo Napoli e Milan, a quei tempi acerrime rivali: i rossoneri qualche mese prima e proprio al San Paolo avevano strappato agli azzurri uno scudetto che probabilmente sentivano già loro. Di fronte a novembre ancora due concezioni di calcio opposte: Sacchi, che coi rossoneri aveva mutuato il modello di calcio totale olandese e Bianchi, tra i massimi esponenti della scuola italiana. Al 42esimo del primo tempo, sullo 0 a 0: un saggio perfetto del perché bimbi come quello di Arzano con estrema serietà bambinesca conferivano al Pibe capacità sovrannaturali e mistiche.

Due gesti, solo due. Il Milan pressa altissimo, com’è costume delle squadre di Sacchi. Maradona che di sicuro non ha studiato fisica a scuola, comprende perfettamente l’inerzia e vedendo la linea rossonera alzarsi repentina quando il pallone arriva a Crippa spara una corsa a perdifiato sembrando quasi un pazzo che scappa da un nemico invisibile. Al mediano azzurro invece basta alzare il pallone, risultato: Diego solo con la porta d’avanti e la superdifesa del Milan presa in controtempo, a guardare sbalordita il 10 azzurro che scappa senza possibilità di riprenderlo.
Problema: il pallone è alto, Diego è basso e il portiere del Milan Galli corre veloce. Secondo saggio di “maradonità”: invece di tentare di addomesticare il pallone, cosa che quei piedi lì pure avrebbero reso oscenamente facile, il Pibe col suo metro e sessantotto di enormità flette sulle sue gambe corte e rialzandosi colpisce di testa dando tutta la forza che può, “spalombellando” Galli e vedendo il pallone rotolare lento e inesorabile in porta.

Il portiere del Milan, poi compagno e grande amico di Diego, lo ricorda ancora oggi sbalordito: “Con quel gol praticamente mi aveva segnato da tutte le parti del campo e in ogni modo”. E’ un gol, e tutta l’azione in generale, che suona come un assolo di Jimi Hendrix, qualcosa di assurdo e irrealizzabile con risorse meramente umane. Quella partita sarebbe poi finita 4 a 1 con altre magie di Diego, e no, il Napoli non avrebbe vinto quello scudetto e neppure il Milan, distanziate dall’Inter dei record di Trapattoni. Maradona avrebbe regalato ai suoi la Coppa Uefa a Stoccarda, con altra roba ai limiti della follia come l’assist per Ciro Ferrara in finale. Ma scudetti, coppe e vittorie c’entrano poco: quel gol di 32 anni fa esula dal razionale, e appunto, è roba per bambini che raccontano supereroi o stabiliscono, in base ai loro ferrei criteri, cosa sia meritevole di santità. E Diego lo era, e per chi ha avuto la fortuna di essere bambino quando distribuiva magia, lo è ancora… e anche qualcosa in più.

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