Tra le conseguenze difficili della pandemia di Sars-cov-2 e i relativi lockdown, a riguardare le persone con disabilità e non solo, ci sono problemi psicologici ed emotivi. Nel pieno della seconda ondata, preoccupazioni ed ansie crescono. Per affrontare al meglio questo periodo estremamente delicato, Famiglie SMA ha organizzato SMAspace, una piazza virtuale dove potersi confrontare liberamente con esperti e professionisti in ambito sanitario. Il progetto è promosso dall’Osservatorio Malattie Rare e con il contributo non condizionato di Roche. Iniziativa di successo che si è conclusa con l’ultimo appuntamento venerdì 20 novembre, con un “approfondimento dedicato al momento di emergenza legato al Covid-19 e a come ricostruire fiducia e sicurezza spesso scalfite”. Tra gli esperti che sono intervenuti anche Jacopo Casiraghi, psicologo e psicoterapeuta, responsabile del Servizio di psicologia al Centro Clinico Nemo Milano dell’Ospedale Niguarda e psicologo di riferimento dell’associazione Famiglie Sma, oltre che autore di “Lupo racconta la Sma”.

A marzo Casiraghi nel giro di due settimane aveva riorganizzato tutte le sue attività di psicoterapia privata, chiudendo lo studio e contattando i pazienti per colloqui a distanza con chi ne avesse necessità. “Quella è stata una fase iniziale delicatissima ma anche adesso la situazione non è ottimale, anzi. Certe condizioni di fragilità sono persino accresciute e un senso di smarrimento rischia di prendere il sopravvento. Ma ci sono dei rimedi”, dice Casiraghi, al quale ilfatto.it ha chiesto di raccontare quali sono le criticità principali di questo periodo e come possono essere superate.

Come stanno oggi i vostri pazienti, rispetto a marzo-aprile?
La differenza rispetto all’inizio della pandemia è il senso di stanchezza e frustrazione. L’aumento dei contagi e le nuove zone rosse hanno fatto virare alcune persone verso un senso di fatalismo che non è funzionale. Il rischio è prendere sottogamba le misure di sicurezza che conosciamo ormai bene: uso delle mascherine e distanziamento sociale.

C’è un aumento delle richieste di assistenza psicologica a distanza?
No, più o meno uguale perché siamo sempre al limite come saturazione dei posti disponibili. Solo come psicologi del Nemo Milano stiamo seguendo più di 30 persone (si tratta in media di 8/10 colloqui a persona). Le richieste di assistenza psicologica sono rimaste tutte a distanza, persino quest’estate, quando i numeri della pandemia non erano così severi. Abbiamo voluto abbattere il rischio, cercando di preservare la salute dei nostri pazienti, di base fragile dal punto di vista respiratorio.

Cosa fare a fronte dei problemi psicologici legati alla pandemia?
Credo che si superi con il senso di comunità. Per poter combattere il Covid-19 è necessario adottare comportamenti cauti ma anche fidarsi degli altri. È necessario sconfiggere una grande male della post-modernità: l’egoismo. Se ho in classe ad esempio un soggetto fragile (come un bambino affetto da SMA) dovrebbe essere insito nel patto educativo con le famiglie proteggerlo, aumentando gli scrupoli sia degli altri bambini che dei loro genitori.

Perché è fondamentale intraprendere un percorso di assistenza psicologica?
Le nuove restrizioni imposte, la fiducia altalenante verso il lavoro del governo e delle regioni, i messaggi anche contraddittori che arrivano da virologi e testate giornalistiche generano un profondo senso di smarrimento. Le persone con cui parlo non sanno più a cosa credere e non capiscono quanto devono (e non devono) essere preoccupati. Il Covid-19 ha aumentato i casi d’ansia e rende i pazienti a rischio depressione ancora più sofferenti. Credo che le regioni e le ATS locali debbano riconoscere, investire e valorizzare il lavoro psicologico a distanza come pratica clinica fondamentale in un periodo come questo, non solo per i pazienti con patologia neuromuscolare ma per tutti.

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