Un tempo, nel gergo giornalistico, si chiamavano coccodrilli. Erano quegli articoli che si preparavano in vista della dipartita di un personaggio famoso, anziano o messo male, ma ancora in vita, come una sorta di cibo congelato da tirare fuori dal freezer al momento opportuno. Il coccodrillo di Gigi Proietti, morto a 80 anni, sicuramente mancava nelle redazioni, sia perché si tratta di un macabro rituale oggi desueto (in rete trovi tutto con un clic), ma soprattutto perché del coccodrillo forse lui non avrebbe avuto bisogno.

Ricordiamo tutti a memoria, e per tutti intendo proprio tutti, ciò che ci ha regalato Proietti, la cui peculiarità che lo differenzia da altri artisti è stata quella di riuscire a coniugare la cultura “alta” con quella del popolo. Non ripeterò qui il lunghissimo elenco di pièce teatrali, film, apparizioni in programmi tv, attività didattiche (lo hanno fatto meglio di quanto avrei potuto fare io, che non sono neppure romano, altri colleghi qui sul Fatto, ad esempio Adriano Ercolani).

Ma Proietti è stato protagonista anche di eventi inaspettati, fra cui una laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Tor Vergata insieme con Patti Smith. Lo stesso giorno, il 28 novembre dello scorso anno. Persino questo strano accoppiamento individua, simbolicamente, pur senza volerlo, l’ecletticità del personaggio.

Del resto un attore che sia un vero attore e non continui stancamente a restare inchiodato a se stesso, a un ruolo, a un personaggio, incapace di passare dalle cose “alte” a quelle “basse” e viceversa, non è mai un grande attore. Ne sono testimoni altri grandi, da Totò a Alberto Sordi a Vittorio Gassman a Ugo Tognazzi e, ahimè, non molti altri.

E giusto per sottolineare questa versatilità attoriale di Gigi Proietti, vorrei ricordare alcune delle sue partecipazioni a film che esulano dall’elenco di quelli, tantissimi, e soprattutto legati alla seconda parte della sua carriera, in cui ricopre i ruoli che più l’hanno reso famoso. Pochi ricorderanno infatti il sexy pre-decamerotico e anacronistico Le piacevoli notti (1966) di Armando Crispino e Luciano Lucignani dove Proietti, 26enne, è il maresciallo Mario Di Colli del secondo episodio.

Ma penso anche ad alcune sue interpretazioni in opere “alternative” e poco note, tutte prese di mira dalla censura: la sua splendida esibizione en travestì nello spesso sottovalutato Bordella (1976) di Pupi Avati; o nell’altrettanto sottovalutato L’Urlo di Tinto Brass, girato in parte in due carceri (Santo Stefano e Sermoneta) dal regista veneziano (con i dialoghi dello stesso Proietti insieme con Giancarlo Fusco) nel 1968, ma uscito in sala – a causa appunto della censura – solo nel 1974: un film fortemente anarchico dove Proietti (un attore che si chiama Coso) trascina in un’esperienza trasgressiva una ragazza borghese prossima alle nozze.

Ancora lo ricordo nel ruolo, sia pur marginale, del fidanzato di Catherine Spaak ne Una ragazza piuttosto complicata (1969) di Damiano Damiani, tratto dal racconto di Alberto Moravia La marcia indietro, vicenda di un uomo (Jean Sorel) che intercetta una telefonata fra due ragazze pseudo-lesbiche (Spaak e Florinda Bolkan) e si inserisce nel menage: anche in questo caso forbici in azione.

Per non dire di un altro film, questo fortemente politico, La proprietà non è più un furto (1973) di Elio Petri (con un fantastico Flavio Bucci, anche lui recentemente scomparso) dove Proietti, sorta di sindacalista dei malandrini, si esibisce in un memorabile elogio del ladro (che riassumo a memoria) al funerale del “collega” Albertone (Mario Scaccia):

È morto un ladro. Rubava da 43 anni e non si è mai tirato indietro. Era anche attore comico, danzatore, pittore di scena. Lui rifiutò l’ipocrisia, non era un ladro coperto dalla legalità: non rubava sul peso, non giocava in borsa, non sfruttava la gente. E che sarebbe il mondo senza noi ladri? Chi darebbe lavoro alla polizia, agli avvocati, alle guardie penitenziarie, agli assicuratori… Albertone era un eroe del lavoro! Un santo!.

Questo per me era Proietti, non il televisivo maresciallo Rocca che pure ha interpretato con la consueta passione e versatilità. Certo, sono consapevole che il Proietti che conta per i più e di più (e anche per me, per carità) è soprattutto quello di Pattume in Brancaleone alle Crociate (1970) di Mario Monicelli, di Mandrake in Febbre da cavallo (1976) di Steno, che Proietti è il nuovo Petrolini, che è l’uomo delle performance e dei monologhi teatrali e televisivi, i sonetti del Belli o la mitica telefonata con un nessuno dall’altra parte, un vero gioiello interpretativo.

Proietti è tante altre cose, certo, di cui tutti hanno parlato prima e dopo la sua morte, è un artista a 360 gradi. Ma è anche, al suo esordio cinematografico, il non accreditato 24enne nella parte dell’amante di una donna, da lui messa incinta mentre il marito è in galera, e che lei fa uscire con un permesso per potergli far riconoscere il bambino frutto dell’adulterio (Se permettete parliamo di donne, 1964) di Ettore Scola (ottavo episodio) fino a giungere alla sua ultima prova d’attore, come Mangiafuoco, nel Pinocchio (2019) di Matteo Garrone.

Potremmo definire la sua scomparsa, per citare ancora il suo elogio funebre de La proprietà non è più un furto, la morte di un guitto. Un grande guitto.

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Gigi Proietti morto, l’Italia ha disperato bisogno di cultura

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