Il primo Re di Matteo Rovere (2019) è un film universale che ha rappresentato, in mezzo a neanche troppi clamori, un punto di svolta per le ambizioni del cinema italiano, sia dal punto di vista formale che narrativo. Feroce e familiare come il protolatino in cui è recitato, è mito di fondazione e al contempo documentario sulle origini, in cui l’elemento storico da osservare non viene affidato ai protagonisti ma alla natura in cui Roma è nata: le foreste, le paludi, le fredde e sorde acque del Tevere.

A fare da fil rouge a questi sfondi è il sangue degli esseri umani che li animano. I corpi che si muovono in questo scenario sono infatti prede: vittime, sopravvissuti e soprattutto interpreti incerti, della natura cruda e dei suoi linguaggi.

Al centro di Romulus, in onda su Sky Atlantic dal 6 novembre e presentata all’ultimo Festival del Cinema di Roma, c’è quella stessa natura e la stessa verosimile ricostruzione dell’età del ferro italica, ma l’obiettivo delle storie che la attraversano sembra mirato a ricostruire il mito di fondazione partendo dalle dinamiche tribali dell’ottavo secolo avanti Cristo, che ne hanno posto le basi.

La serie ideata da Matteo Rovere, e diretta a sei mani insieme a Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale, non fa da prequel al film del 2019 ma ne elabora una versione apparentemente indipendente, concentrata sulle vicende di una vestale (Marianna Fontana), di un giovane schiavo (Francesco Di Napoli) e di uno dei due giovani principi di Albalonga (Andrea Arcangeli). Il mito viene affrontato dunque da una prospettiva narrativa che appare più fedele all’epos della tradizione classica. Se tuttavia dobbiamo prendere quest’ultimo come metro di ambizione dell’opera, possiamo aspettarci un lavoro che scavi altrettanto vigorosamente nelle ragioni della sopravvivenza in un elemento naturale (e sociale) ostile, curato altrettanto minuziosamente nel suo misticismo.

Nella pellicola interpretata da Alessandro Borghi e Alessio Lapice, infatti, i vaticini e i presagi al centro della narrazione non fanno altro che riflettere le scelte di ogni singolo personaggio nella propria mutevolezza, nel proprio reagire agli eventi, traducendo in atto pratico la propria volontà proiettiva e il proprio desiderio d’espansione.

La profezia fratricida in cui Roma avrà il suo battesimo di sangue è inarrestabile, poiché oltre-etica: è la presa di coscienza di chi conosce la natura aspra che lo circonda e sa riconoscere nel suo vicino la stessa asprezza, quindi pretende riconoscimento e non offre perdono. Non è la storia di Roma in sé, ma di come nasce un impero: tutto per la terra e il sangue, anche a costo di rimetterci la terra, e il sangue.

E ciò che resterà, quando i protagonisti avranno ceduto il passo alla storia, sarà non a caso terra e sangue, delimitati solo dalle acque fredde del Tevere, cioè dalla natura inarrestabile che inonda lo schermo nelle prime scene. “Tremate, questa è Roma”.

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