Bersagli dell’odio razziale, additati come untori da chi cercava un capro espiatorio. Ma in realtà doppiamente vittime del virus. Perché oltre a essere molto più esposti alla diffusione del contagio hanno visto peggiorare le loro condizioni lavorative, soprattutto in agricoltura, dove è aumentato lo sfruttamento. E questo nonostante il tentativo di regolarizzazione del governo, con la sanatoria che si è rivelata “un parziale fallimento” per l’emersione del lavoro nero. Guardata con gli occhi dei migranti, la pandemia significa indebolimento dei diritti, dal lavoro alla salute. A mettere in luce la loro situazione è il Dossier statistico immigrazione 2020 realizzato dal centro studi e ricerche Idos in partenariato con il centro studi Confronti, che in 10 dei 74 capitoli della sua 30esima edizione analizza il fenomeno delle migrazioni alla luce dell’emergenza Covid.

L’emergenza, spiega il dossier, ha fatto emergere un dato significativo: oltre il 30% degli immigrati in età lavorativa è impiegato proprio nei settori decisivi per il contrasto alla pandemia, dalla sanità ai servizi di cura alla persona fino al comparto agroalimentare e ai trasporti. “Nonostante questo, tra i timori di nuove ondate di infezioni e le avvisaglie di una crisi economica senza precedenti, sono proprio questi lavoratori, tra i più esposti al contagio, che rischiano di essere i più colpiti da licenziamenti, restrizioni negli spostamenti e lockdown”.

Per la prima volta dopo tanti anni è diminuito il numero degli stranieri comunitari che si trovano regolarmente in Italia. Questo, si legge nel dossier, si spiegherebbe con l’aumento degli irregolari, che nel 2020 avrebbero sfiorato quota 700.000 se non fosse intervenuta la regolarizzazione della scorsa estate che ne ha fatti emergere circa 220.000. Un numero che però poteva essere molto più alto: “La norma si basava quasi interamente sulla sola volontà del datore di lavoro di far emergere o meno il rapporto di lavoro irregolare, escludendo di fatto le fasce più sfruttate”, scrive Gianfranco Schiavone dell’Asgi, l’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, nel saggio dedicato al tema. “E dalla sanatoria sono stati esclusi interi settori, come la ristorazione, il magazzinaggio, e il commercio, una scelta di gratuita crudeltà che ha tagliato fuori almeno 180mila persone”.

I più colpiti dalla pandemia e dalle sue conseguenze sono stati i lavoratori dell’agricoltura. Secondo uno studio Eurispes durante l’emergenza i lavoratori immigrati sfruttati nelle campagne sono cresciuti del 20 per cento. Sono aumentati l’orario di lavoro, tra 8 e 15 ore giornaliere, e il numero di ore lavorate e non registrate, mentre è diminuita la retribuzione. “Tutti effetti dell’intreccio perverso tra la pandemia e il sistema dello sfruttamento dei migranti”, dice Marco Omizzolo, ricercatore di Eurispes che ha curato il saggio sull’argomento. L’emergenza ha aggravato la situazione anche nel comparto domestico: da marzo a giugno 2020 Assindatcolf ha stimato una perdita di 12.950 rapporti di lavoro regolari. I lavoratori domestici non comunitari, molto più di quelli agricoli, hanno però potuto beneficiare dell’emersione del lavoro nero tramite la sanatoria, con 176.848 richieste di regolarizzazione per emersione lavorativa su un totale di 207.542.

Il tema del lavoro è strettamente legato a quello della circolazione. “La pandemia ha messo in luce tutte le criticità e le insufficienze del sistema europeo in materia di migrazioni economiche e diritti”, sostiene il ricercatore Alessio D’Angelo della University of Nottingham, autore del saggio sulla presenza straniera in Europa. Si tratta di 41,3 milioni di persone pari all’8 per cento della popolazione, concentrate per tre quarti in soli 5 paesi compresa l’Italia. Secondo Coldiretti, il blocco delle frontiere ha impedito l’arrivo in Italia di quasi due lavoratori stagionali su tre, il 65 per cento da paesi al di fuori dell’Unione europea, con un impatto drammatico per un settore nel quale gli stranieri nel 2019 rappresentavano quasi il 30 per cento della forza lavoro in termini di giornate di occupazione.

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