Oggi è il compleanno di Pelè: compie 80 anni. Basta questo a far sì che il 23 ottobre sia un giorno di nascita perdetto per un calciatore. Specie se poi quel calciatore decide di fare il centravanti. Specie se alto, forte e anche veloce e bravo con i piedi. E sì: Rashidi Yekini è un grande attaccante e nasce pure nello stesso giorno di Pelè, ma 23 anni dopo. Forse. Perché se le anagrafi brasiliane funzionano, non si può dire altrettanto di quelle nigeriane.

Ma anno più o anno meno, Rashidi è forte: in poco tempo diventa il più grande nel suo Paese con gli Shooting Stars, ma soprattutto con la nazionale. Sono gli Anni 80 però: la tv satellitare non c’è e la Coppa d’Africa vale giusto un trafiletto sulla stampa sportiva dopo la finale, per dire chi ha vinto. La Nigeria non ha mai partecipato a un Mondiale, ha vinto una Coppa d’Africa nel 1980 e nulla più: è una Nazione assolutamente sconosciuta dal punto di vista calcistico. Tant’è che pochissimi calciatori nigeriani erano riusciti ad arrivare in Europa: Chiedozie e Banjo in Inghilterra, Eguavoen e Keshi in Belgio.

Ma quel centravanti chiamato Il Toro per la sua prestanza e The Goalfather per il rapporto stretto che ha con il goal è veramente forte e si guadagna un contratto in Europa: al Vitoria Setubal, in Portogallo. E continua a segnare, vincendo addirittura la classifica cannonieri e diventando un beniamino del pubblico portoghese. Nel frattempo porta la sua Nigeria a qualificarsi al mondiale e a vincere la Coppa d’Africa nel 1994. Ma ancora non è abbastanza.

No, perché la nascita calcistica di Yekini e della Nigeria arriva qualche mese dopo, a Dallas. È il 22 giugno al Cotton Bowl, l’esordio delle Super Eagle è contro la Bulgaria di Stoichkov: dopo 20 minuti Amokachi fa una magia mandando Finidi sul fondo, l’esterno dell’Ajax la mette bassa per Yekini che deve solo appoggiarla in porta. È la nascita calcistica della Nigeria, con Westerhof in panchina e con Amokachi, Amunike, Oliseh, Finidi, i giovanissimi Okocha e Ikpeba e il loro re, appunto, Rashidi Yekini. In quel minuto Yekini, che pure aveva segnato già 90 gol in Portogallo, si regala il mondo: il gigante in una divisa biancoverde sgargiante e un po’ kitsch non ci crede, si aggrappa alla rete, piange, prega. Non ha solo fatto gol: ha regalato il calcio a una Nazione intera, ha portato la sua Nigeria nel mondo. Quella partita la Nigeria la vincerà 3 a 0 stupendo tutti. Sì, perché non è una vittoria casuale: tutti si sono accorti che quella squadra è un mix spaventoso di talento, velocità e prestanza fisica e infatti arriva agli ottavi dove mostra che tra le tante qualità manca la malizia, per fortuna di un’Italia resa impotente per 85 minuti e che riesce a spuntarla grazie a Baggio e a incomprensibili velleità di palleggio nigeriane.
Usciranno tra le lacrime i ragazzi di Westerhof, ma avranno modo di rifarsi. Yekini no, però: si è regalato il mondo, a Dallas, ma solo per quell’estate.

I suoi compagni vincono l’Olimpiade del 1996, lui è già anzianotto e non ci va. Va però al Mondiale 1998, nonostante ormai praticamente non stia in piedi e la carriera sia in fase calante: Milutinovic lo convoca lo stesso perché è un leader e un punto di riferimento per i più giovani alla prima esperienza, come Babayaro, West, Babangida, Kanu. Ancora una volta le Super Eagles stupiscono il mondo: battono la Spagna di Raul e Morientes, poi anche la Bulgaria e si qualificano con un turno d’anticipo agli ottavi. Contro la Danimarca tutti immaginano una vittoria di Ikpeba e compagni e la definitiva consacrazione della Nigeria nell’élite del calcio. Ci credono soprattutto i nigeriani, quelli a casa e i tanti che sono in Francia. Sarà la maledizione di Yekini.

Sì, perché la Danimarca a Parigi prende la Nigeria a pallate: dopo 78 minuti Laudrup e compagni sono in vantaggio per 4 a 1 e Milutinovic decide di regalare a Yekini il tributo finale per la sua straordinaria esperienza in nazionale. Errore: gli spettatori di Saint-Denis di fede nigeriana, delusi per una batosta inaspettata invece di applaudire la leggenda locale al passo d’addio se la prendono con Yekini, subissandolo di fischi.

“Il momento più triste della mia carriera”, racconterà sull’orlo delle lacrime. Quei fischi lo inseguiranno, perseguitandolo, per tutta la vita: ormai 35enne continuerà a giochicchiare tra Arabia Saudita e squadre nigeriane per mettere da parte i soldi per la nuova vita lontano dai campi, in patria, dove avvierà un’attività con un amico, una gioielleria, ma durante una rapina perde amico e risparmi.

Il resto è avvolto nel mistero: c’è di sicuro che inizia a vivere in condizioni sempre più precarie, con la mente obnubilata a parlare di maledizioni, fiaccato anche nel fisico probabilmente dalla Sla e, pare, da cure di santoni a cui si è affidato nei mesi precedenti. Muore in ospedale nel 2012.

Gli ex compagni denunceranno l’ingratitudine dello Stato e dell’intera Nazione nei confronti di quella che era stata a tutti gli effetti una leggenda che aveva portato alto il nome del Paese. Oggi il mondo celebra giustamente chi gli ha regalato il calcio: Pelè, che compie 80 anni. Yekini ne avrebbe compiuti 57: ha regalato il pallone alla Nigeria, si è regalato il mondo in maglia biancoverde, per un’estate.

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