Pandemia e pandemenza. In estrema sintesi è questo il combinato disposto che sta distruggendo le società occidentali e l’Italia con esse.

È bene sapere che l’una implica l’altra. Da una parte, infatti, la comparsa di un virus sconosciuto e pericoloso ha prodotto la pandemenza: innanzitutto quella di coloro che ne negano o sminuiscono la pericolosità. Forse perché increduli e terrorizzati da una minaccia invisibile, sono quei pandementi che vogliono a tutti i costi individuare un complotto ordito da forze misteriose, una verità alternativa a quella ufficiale ma quasi per nulla definita, che però serva a sviare l’attenzione dal dato di fondo, tanto chiaro quanto angosciante: il corso naturale delle cose può produrre virus e malattie in grado di falcidiare la popolazione, a prescindere dal grado di industrializzazione, sviluppo e benessere di una civiltà (questo è già accaduto nella Storia, dall’epidemia del Quattrocento a quella del Seicento, narrata dal Manzoni, fino alle tante altre che non sono finite sui libri ma che non per questo hanno evitato di provocare vittime anche in tempi a noi molto recenti, solo che non nel nostro Occidente benestante…).

I pandementi di questo tipo, nel loro delirio paranoide, negano costantemente il piano inquietante della realtà per sviare l’attenzione su un piano altro, ritenuto più controllabile e quindi confortante: l’inadeguatezza dei governi nel gestire l’emergenza, la distruttività per l’economia delle misure di contenimento, la tendenziosità di un’informazione che spettacolarizzerebbe la portata dell’emergenza esagerando i numeri e generando un panico perlopiù immotivato ma redditizio.

In questa forma di pandemenza risiede anche il fallimento etico di una società ormai da decenni governata dagli imperativi dell’individualismo egoistico, di una visione ristretta delle cose, limitata al proprio orticello, dalla negazione di un bene comune e dalla deresponsabilizzazione rispetto al fatto che siamo una società, per cui ai diritti si affiancano i doveri e in cui al profitto individuale deve accompagnarsi anche il bene comune, pena lo sfaldamento di quella medesima società e del concetto stesso di cittadinanza (un fenomeno che il filosofo spagnolo Ortega y Gasset chiamava “invertebrazione”).

Ma non è soltanto la pandemia ad aver prodotto la pandemenza, perché anche quest’ultima potrebbe essere all’origine della pandemia stessa. Quella pandemenza che, per esempio, ha spinto ormai da decenni le nostre società a votarsi all’imperativo categorico del profitto a tutti i costi, anche se questi costi riguardano l’ecosistema da cui traiamo vita e l’umanità stessa, ridotta a strumento per fini che sono esclusivamente quelli del profitto economico e del progresso tecnologico (un reportage del quotidiano francese Le Monde ci fa sapere che oltre tre quarti delle malattie che colpiscono esseri umani sono zoonosi, cioè trasmesse dagli animali. Nel medesimo articolo, la biologa Kate Jones spiega chiaramente che tra i molteplici fattori di diffusione della zoonosi, il “crescente impatto umano sugli ecosistemi” gioca un ruolo centrale).

Ma anche quella pandemenza generata dalla messa in pratica degli imperativi categorici neoliberisti, che da un trentennio a questa parte si è tradotta nei tagli indiscriminati alla sanità pubblica e ai posti letto, come anche ai servizi sociali e a tutto ciò che odorasse lontanamente di istruzione, formazione, educazione. Proprio in questi ultimi aspetti il cerchio si chiude: una popolazione più ottusa e incapace di responsabilità collettiva è la stessa da cui emergono governanti altrettanto incapaci e cittadini non in grado di assumersi la responsabilità per la salute propria e altrui. È in uno scenario del genere che possono dominare liberamente (e di fatto dominano) i poteri legati alla tecnofinanza.

Qui possiamo cogliere tutta l’essenza di una società “virale”, in cui un ricambio degli attuali sistemi di poteri e valori è impensabile per la mancanza stessa di soggetti (anzitutto politici e culturali) in grado di pensare e quindi programmare scenari differenti, modelli sociali alternativi a quelli di un sistema tecnofinanziario che barcolla per colpa di un virus nel momento stesso in cui ha creato le condizioni per l’esplosione dello stesso virus.

In un contesto siffatto, tanto la chiusura delle attività e della vita sociale (lockdown) può aiutare a contenere il virus, quanto l’apertura delle menti al senso civico e alla responsabilità comune potrebbe aiutare a uscire dalla società pandemente che abbiamo descritto.

Ma il primo distruggerebbe l’economia, mentre il secondo rischierebbe di mettere in discussione il monopolio del potere tecno-finanziario. Ecco perché ci terremo sia la pandemia che la pandemenza. Sperando che Dio, e soprattutto la scienza, ce la mandino buona e veloce.

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