Spagna e Francia hanno aspettato, come l’Italia, il nuovo picco per aumentare il numero di test, non riuscendo così a limitare la diffusione della pandemia. In Germania e in Gran Bretagna, invece, si è sempre mantenuto un livello più alto di monitoraggio. Berlino è riuscita ad frenare l’onda, il Regno Unito ha dovuto fare i conti con il flop del piano di tracciamento di Johnson, dovuto anche ad appalti privati senza gara che hanno privilegiato le élite Tory. In Italia, dove il 15 ottobre è stata superata quota 8mila nuovi positivi, nella settimana dal 5 all’11 ottobre sono stati effettuati 1.293 tamponi ogni 100mila abitanti. Più della Spagna, meno di Francia, Germania e Gran Bretagna. Ma a fare la differenza è stata soprattutto la continuità dei test effettuati già a partire dall’estate.

La Spagna è quella che fa meno tamponi. E i contagi sono in crescita già da agosto
La prima a dover far fronte alla seconda ondata di coronavirus che ha investito l’Europa è stata la Spagna che, già ad agosto, quando in Italia si contavano poche centinaia di nuovi malati al giorno, viaggiava sui 2mila nuovi positivi. Fino al 21 del mese, quando è stata superata la soglia degli 8mila, la stessa situazione che sta vivendo oggi il nostro Paese. In quella settimana, però, nello Stato iberico, che tentava di rispondere soprattutto con provvedimenti locali e circoscritti, non è partita una massiccia campagna di test per cercare di arginare la diffusione. Il numero dei tamponi è salito, ma non in maniera netta, attestandosi sui 1.155 test ogni 100mila abitanti. Oggi, con il Paese che ha conosciuto anche giornate con oltre 15mila contagi, in Spagna si effettuano 1.445 tamponi ogni 100mila abitanti.

Francia, i contagi aumentano ma i tamponi diminuiscono
La nuova crescita di casi in Francia si è registrata nell’ultima settimana di agosto e Parigi ha impiegato poco tempo ad arrivare al livello in cui si trova l’Italia oggi. Il 5 settembre, le autorità sanitarie hanno registrato circa 9mila nuovi casi di coronavirus nel Paese. Anche qui, come in Spagna, la crescita nel numero di tamponi effettuati, fisiologica visto che con l’aumento dei contagi cresce anche il numero di persone a stretto contatto che si sono dovute sottoporre ai test, è stata graduale, con 1.449 tamponi ogni 100mila persone effettuati, fino ad arrivare al picco delle due settimane successive in cui si sono contati fino a 1.737 tamponi per 100mila abitanti. Da lì, il numero di test effettuati è tornato a calare, nonostante quello dei contagi sia invece continuato ad aumentare, attestandosi in diversi giorni sopra i 20mila. Nella settimana che va dal 5 all’11 ottobre, la Francia ha effettuato ‘solo’ 1.484 tamponi ogni 100mila persone, in quella precedente 1.292.

Regno Unito, tanti tamponi già dall’estate. Ma pagano i limiti delle privatizzazioni
Il Regno Unito ha scelto un approccio completamente diverso da quello di Spagna, Francia e Italia. Dalla settimana 22-28 giugno, nel Paese non si fanno meno di 1.000 tamponi per 100mila abitanti. In quella dal 13 al 19 luglio, con il numero di contagi giornalieri che oscillava tra i 500 e gli 800, il Regno faceva già più test di quanti non ne faccia oggi l’Italia con 8mila casi: 1.344 per 100mila abitanti. E il trend è continuato a salire costantemente, fino ad arrivare alla settimana dal 5 all’11 di ottobre con ben 2.857 tamponi ogni 100mila persone.

Perché, allora, il governo non è riuscito ad arginare l’incremento di nuovi malati che mercoledì ha sfiorato quota 20mila? Una risposta la si può trovare nel fallimento del sistema di tracciamento da 12 milioni di sterline sbandierato dal premier Boris Johnson. Solo il 38% dei risultati elaborati da istituti a maggioranza privata arrivano entro 24 ore dal tampone, mentre test arretrati vengono spediti a laboratori di analisi all’estero tra cui, rivela il Times, anche uno in Italia, mentre anche la seconda app di tracciamento non decolla. In poche parole: si fanno tanti tamponi, ma le diagnosi arrivano in ritardo, rendendo impossibile un tracciamento puntuale dei contagi.

Germania, tanti tamponi e tracciamento immediato: così Berlino ha appiattito la curva dei contagi
Chi invece ha conosciuto un aumento dei contagi più graduale, potendo così gestire meglio la situazione anche a livello di strutture ospedaliere e posti letto, è la Germania. Questo perché, come la Gran Bretagna, ha iniziato a effettuare un alto numero di tamponi già quando quello dei contagi era ridotto.

Oggi Berlino non effettua molti più test dell’Italia. Sono 1.320 per 100mila abitanti nella settimana dal 5 all’11 ottobre, ma, a differenza di Roma, si è mantenuta su questa cifra già dalla settimana che va dal 17 al 23 agosto, quando il Paese registrava tra gli 800 e i 2mila contagi, con un sistema di tracciamento tempestivo. A parità di contagi, l’Italia ne effettuava tra gli 800 e i 1.000 per 100mila abitanti, rimanendo intorno ai 1.000 fino alla settimana 21-27 settembre. Così, anche se il 16 ottobre la Germania ha toccato quota 7mila contagi, l’evoluzione della malattia nel Paese è stata più lenta e graduale, permettendo alle autorità sanitarie una più agevole gestione dei posti in ospedale.

Twitter: @GianniRosini

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