“La ricerca sui geni può aiutare a contrastare il virus”. A parlare è Alberto Mantovani, immunologo e direttore scientifico dell’Istituto Humanitas di Milano e il virus in questione è naturalmente Sars Cov2 che provoca il Covid, quasi 38 milioni e mezzo di contagiati nel mondo e oltre un milione di morti. Ferme restando le norme di prevenzione, per contrastare il coronavirus dice in una intervista al Corriere della Sera Mantovani, “un ruolo di primo piano l’hanno i ricercatori soprattutto nella genetica. Stiamo cercando di capire quali geni possono rendere le persone più vulnerabili al virus. Noi, come Humanitas, con altri gruppi italiani, ne abbiamo scoperto uno che ha a che fare con le chemochine, sostanze che intervengono nelle prime difese dell’organismo contro i virus. Altri lavori, oltre ai nostri, dimostrano che, nel 3-4 per cento dei pazienti con forme gravi, l’alterazione di certi geni, su questo cromosoma, fa sì che non venga prodotto interferone, una sostanza indispensabile nel contrastare, al primo attacco, le aggressioni virali”.

“Sembrerebbe che le persone con gruppo sanguigno A vadano più facilmente incontro a una malattia grave, ma è tutto da dimostrare – sottolinea l’immunologo -. Non dimentichiamo che, oltre alla genetica, incidono molto, sulla suscettibilità alla malattia, le condizioni socio-economiche: la povertà, innanzitutto”. L’ipotesi di una maggiore vulnerabilità di alcuni gruppi sanguigni era stata prospettata già a marzo dai ricercatori cinesi. Tornando alle cure, Mantovani precisa che “certe applicazioni cliniche sono dietro l’angolo: per esempio la ricerca di biomarcatori che ci possono dire se una persona, colpita dall’infezione, è a rischio di andare incontro a forme gravi. Ci stiamo impegnando su questo fronte, anche usando l’intelligenza artificiale per la gestione dei dati dei pazienti. Non dimentichiamo, però, che sul nuovo coronavirus stiamo tutti lavorando da sette mesi, mentre nella ricerca di una medicina personalizzata contro il cancro, per dire, il tutto è cominciato trent’anni fa. E i risultati si stanno vedendo ora”. Sul fronte farmaci, come ha dimostrato un report finale pubblicato su The New England Journal Medicine “il Remdesivir funziona ma occorre capire meglio in quali pazienti. Sempre nell’ottica di una medicina personalizzata. Quanto ai cortisonici, in un primo momento c’era stata una raccomandazione da parte dei cinesi, avallata dall’Oms, di non usarli. Ma noi non ci abbiamo creduto. E, infatti, è stato poi documentato che sono in grado di ridurre la mortalità nei pazienti gravi. Al momento, le sperimentazioni sugli anticorpi da pazienti colpiti da Covid e somministrati ai malati, non hanno dato risultati positivi. L’alternativa: si possono fabbricare in laboratorio. E qui sono in corso studi clinici”.

Lo studio sul Remdesivir

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