L’Italia possiede bellezze artistiche straordinarie, che giustamente ci inorgogliscono. Fra di esse ci sono anche le musicali: teatri storici, strumenti antichi, manoscritti di pregio e via dicendo. Orbene, la nostra legislazione, compendiata nel Codice dei Beni culturali (2004), ignora il concetto di “bene musicale”. Ciò significa che un vecchio tramvai su rotaia è classificato come oggetto passibile di tutela, un organo antico o un clavicembalo intarsiato no. Sembra una boutade, ma è così.

In questi ultimi giorni due novità virtuose, una generale, l’altra specifica, fanno però ben sperare. La prima: la Camera ha infine approvato la cosiddetta “Convenzione di Faro”, ossia la Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società. È un passo in avanti per alimentare nel cittadino europeo la consapevolezza del proprio patrimonio culturale.

La seconda: l’Università di Bologna ha attivato una Scuola di Specializzazione in Beni musicali, con sede nel Dipartimento dei Beni culturali di Ravenna. L’iniziativa colma finalmente una carenza nel panorama italiano. Abbiamo sì gloriose Scuole di specializzazione per i Beni archeologici e per i Beni storico-artistici, ma quella per i Beni musicali non è mai decollata: a dispetto del fatto che essa sia prevista, accanto alle altre, da un decreto del 31 gennaio 2006 sul “riassetto delle Scuole di specializzazione” (a firma Rocco Buttiglione e Letizia Moratti, all’epoca ministri dei Beni culturali e del Miur).

L’Università di Bologna-Ravenna ci prova. L’obiettivo specifico è formare funzionari esperti nella conservazione, tutela, valorizzazione del patrimonio musicale: il quale consta di una componente materiale e di una immateriale. Il patrimonio materiale è fatto di oggetti: strumenti, partiture, trattati, documenti sonori e video, archivi, edifici adibiti alla musica. Quello immateriale è costituito da opere ed eventi, ossia dai brani musicali composti, eseguiti e ascoltati; nonché dai saperi, teorici e pratici, necessari per tener vivo un lascito storico consegnato a mute partiture.

La figura da formare è, da un lato, quella dell’esperto che organizzi e svolga “lavori di ordinamento, studio e gestione del patrimonio musicale in biblioteche o in altre strutture pubbliche o private”; e che dall’altro programmi, organizzi e coordini “attività di ricerca, manifestazioni, mostre, convegni, seminari con finalità scientifiche, educative e divulgative”. L’accento è posto sia sugli oggetti, cioè sul sapere disciplinare, sia sulla trasmissione della conoscenza attraverso l’attività divulgativa e pedagogica: uno degli scopi sarà dunque di avvicinare, mediante strategie idonee, il pubblico alla fruizione consapevole del patrimonio musicale, non come mero intrattenimento e spettacolo bensì come testimonianza di civiltà.

Quanto agli oggetti musicali – quadri, libri, manoscritti, strumenti – non li si può sic et simpliciter assimilare agli altri beni culturali: richiedono competenze specifiche. Particolarmente delicati sono i documenti sonori, dischi e nastri, che si degradano ancora più in fretta della carta. C’è il deperimento del supporto (ad esempio il disco) e l’obsolescenza degli strumenti di riproduzione: già oggi, per dire, molti computer non hanno più il lettore di Cd, mentre al contrario sta ritornando in auge il vecchio giradischi. Occorrono quindi procedure mirate di conservazione del patrimonio registrato, perché non vada perduto. Ma è soltanto un esempio.

“La Scuola è biennale, si accede per titoli ed esami; le lezioni si terranno a Bologna, forse anche online”, dice il professor Angelo Pompilio, che con due colleghe ravennati, le professoresse Donatella Restani e Nicoletta Guidobaldi, ne è il promotore. Fra le tante discipline a declinazione musicale ci saranno l’Iconografia musicale, l’Antropologia musicale del mondo antico, la Museologia musicale, l’Esegesi delle fonti del Novecento, la Discografia, l’Etnomusicologia, il Restauro.

“La parte del leone la farà però il tirocinio, finalizzato alla prova finale”, prosegue Pompilio, “ben 375 ore per anno da svolgere in biblioteche, archivi, aziende, enti lirici, con due tutor, uno della Scuola, l’altro dell’ente ospitante”. Il piano didattico sta per uscire online, il bando è già presente. Le domande d’ammissione vanno presentate entro il 9 novembre 2020. Che sia la volta buona per la cultura dei Beni musicali in Italia?

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