In musica tre effe indicano un “fortissimo” ancor più forte: una scarica di adrenalina fra chi suona e chi ascolta. Alberto Sinigaglia, giornalista della Stampa, fondatore di Tuttolibri, conduttore radio e tv su Radio3 e Rai3 e pure prof all’università di Torino, le mette per titolo a un suo volume, fffortissimo (Fondazione Accademia Perosi, 304 pagg, 26 euro). Una carrellata di interviste a direttori d’orchestra, compositori, interpreti. Da Luciano Berio a Karlheinz Stockhausen, da Claudio Abbado a Riccardo Muti, da Zubin Mehta a Lorin Maazel passando per Franco Zeffirelli, Luca Ronconi, Ludovico Einaudi, Nicola Piovani fino a Paolo Conte, Stefano Bollani. Interrogati in profondità, rivelano atmosfere, cultura, idee d’una stagione tra le più intense e innovative nella storia della musica. Pezzi brillanti apparsi sul suo giornale fra il 1972 e il 2016, un quadro della vita musicale fra Novecento e Duemila.

Alberto Sinigaglia, perché questo titolo?
In musica, gli anni dal 1970 al 2000 sono stati “ad alta intensità”: una coincidenza straordinaria di forze creative e interpretative, di personalità eccelse e situazioni favorevoli.

E dopo?
Ci sono esempi formidabili anche nel Duemila: pensi all’esperienza di Abbado con l’Orchestra del Festival di Lucerna. Ma la crisi economica del 2009 ha influito in negativo sulla cultura, in Italia più che altrove.

fffortissimo è una sorta di amarcord?
Per nulla. È la testimonianza di un’epoca, ma soprattutto un impegno a creare il futuro. Abbiamo il dovere di trovare nel passato motivi per costruire il futuro.

La dimensione del futuro emerge anche nel suo lavoro di autore radiofonico.
Ah sì, Vent’anni al Duemila su Radio3 nel 1981. Ci furono Bobbio, Musatti, Argan, Arbasino, Eco, Levi Montalcini, Zanzotto, Calvino: additavano frontiere lontane. Lo dovrebbe fare anche la politica: guardare a distanza e far crescere i cittadini. Siamo spesso attaccati all’attimo, senza prospettive.

I musicisti forniscono al mondo la bellezza, lei dice.
La bellezza è quella insita in un motivo musicale, in un ritmo; è il coraggio di esplorare le estreme possibilità del suono, dell’andare oltre il conosciuto. I grandi musicisti, Stockhausen, Nono, lo hanno fatto.

Fra il 1970 e il 1985 lei ha fondato due mensili e un settimanale: Musica viva, TuttoLibri, Il Giornale della Musica.
Non io da solo. Con persone d’eccezione, gruppi di amici cari: per Musica viva il pianista Mario Delli Ponti; per Il Giornale della musica Umberto Allemandi, già editore del Giornale dell’arte. Per TuttoLibri, Giovanni Giovannini e Arrigo Levi: abbiamo promosso il giornalismo culturale. Una formula che desse al lettore quel che non aveva: recensioni, rispetto per i traduttori, discussione.

Si può divulgare la musica classica?
Certo, dobbiamo divulgarla. Pensi a Massimo Mila, esempio preclaro. O a Fedele d’Amico. Ma anche a Bernstein, a Vlad, e oggi a Muti. La Rai lo ha fatto per anni, con coraggio. La dobbiamo divulgare soprattutto a scuola. La musica è ricchezza, affina la fantasia, è sapere, cultura.

Lei cita spesso Massimo Mila.
È stato un critico di altissimo livello. Il pubblico guardava ai critici musicali, attendeva quel che scrivevano. Voleva confrontare le proprie emozioni e i propri pensieri con il parere dell’esperto.

E oggi?
Il critico musicale deve essere competente in musica, e conoscere gli intrecci culturali: come si fa a comprendere Berio senza Calvino e Sanguineti, o Beethoven senza Schiller? Deve però farsi capire. Se si abbarbica a un linguaggio complicato, se resta confinato in una torre d’avorio, merita biasimo.

Sul giornalismo attuale fffortissimo non dà un giudizio sorridente.
Una certa decadenza c’è. Dipende da molti fattori, in primis economici. Abbiamo allontanato dall’edicola i pensionati… non si può sostituire sempre la carta con il web. Dobbiamo recuperare i lettori. Sta a noi: giornalisti, editori, amministratori.

Lei presiede da dieci anni l’Ordine dei giornalisti del Piemonte.
Mi batto per la buona informazione. Sono stato “giornalista di trincea”, ho “fatto il giornale”. So cos’è l’informazione. Una società bene informata è una società libera. Dobbiamo offrire al cittadino contenuti verificati: questa è la missione del giornalista. E il cittadino deve ragionare e scegliere.

Quali interviste di fffortissimo le sono più care?
Mi legano tanti fili alle persone di cui parlo, alcuni di affetto profondo, difficile scegliere. Ci provo. Intervistai Carlo Maria Giulini a Firenze, erano gli anni del suo fulgore. Parlammo di emozioni, sentimenti, pubblico, successi. Nella stanza accanto c’era la moglie Marcella gravemente malata. Quando mi congedai Giulini mi disse: “Per Marcella sarei pronto a rinunciare a tutto, a qualsiasi cosa. Sì, anche alla musica”. È stato un grido, la confidenza totale, l’abbandono sentimentale complice.

Straziante. Un altro esempio?
Questo è gioioso. È capitato con Giuseppe Sinopoli, amico fraterno. Legato con contratto esclusivo alla Deutsche Grammophon, la casa di Herbert von Karajan, viene nominato direttore principale della Philarmonia di Londra a sostituire Muti. È un momento decisivo nella sua carriera. Quest’incontro va oltre la musica: trasmette il senso di una cultura ampia, che trascende i confini.

E si apre al futuro…
(ride) Sì, certo, al futuro.

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