Cinquantotto siti web illegali e 18 canali Telegram oscurati dalla Guardia di Finanza su ordine della magistratura per porre fine a violazioni massive di diritti d’autore in danno di editori di giornali e televisivi.

La notizia ha fatto il giro del web ed è rimbalzata sulle pagine di giornali e telegiornali nazionali. È una vittoria dell’antipirateria, un successo per magistratura e forze dell’ordine impegnate nel contrasto al fenomeno, soddisfazione e ragione di un sospiro di sollievo – anche se breve – per gli editori. Ma diciamolo francamente: è una di quelle vittorie che lasciano l’amaro in bocca perché è evidente che per ogni canale e per ogni sito oscurato domani se ne aprirà un altro e l’inseguimento tra guardie e ladri ricomincerà da capo.

Questo, naturalmente, non significa che perseguire i pirati sia inutile o sbagliato ma sarebbe, al tempo stesso, sbagliato pensare che questa possa essere la soluzione per governare il fenomeno della pirateria.

I pirati fanno i pirati, con poche eccezioni, perché contrabbandare contenuti digitali è un modo per far soldi, tanti e facilmente. E i soldi con la pirateria si fanno, nella più parte dei casi, vendendo pubblicità. La strada più incisiva per dichiarare guerra ai pirati, quindi, come sanno bene forze dell’ordine e magistratura, in realtà è tagliare loro l’accesso al mercato della pubblicità e lavorare con i circuiti di advertising e le grandi piattaforme, più che sul filtraggio inutile e pericoloso – sul versante della libertà di informazione – dei contenuti sul blocco dei canali di finanziamento da vendita di pubblicità in associazione a contenuti pirati.

Ma il vero cuore del problema che troppo spesso si preferisce ignorare a caccia di risultati di breve periodo è un altro e si chiama cultura della proprietà intellettuale, del diritto d’autore, del valore delle idee specie nella dimensione immateriale. E riguarda gli utenti dei siti e dei canali pirata.

Perché si sceglie di leggere un giornale a sbafo anziché comprarlo? Perché si sceglie di guardarsi una partita pirata anziché su una piattaforma a pagamento? Guai a cercare di riassumere in una manciata di battute un fenomeno multiforme e dalle migliaia di sfumature diverse, ma la ragione principale per la quale ciò avviene è che gli utenti di questi servizi normalmente non percepiscono il disvalore della loro condotta. Per i più è un gesto naturale o al massimo scusabile.

L’immaterialità del contenuto al quale si accede senza permesso e senza aver pagato il prezzo fa sì che l’appropriazione di quel contenuto – o il furto per chiamare le cose per come dovrebbero essere chiamate – non venga percepita come illecita. La più parte di quei pirati non uscirebbe mai da un’edicola con un giornale sotto il braccio senza averlo pagato né si infilerebbe al cinema senza pagare il biglietto. A tacer d’altro se ne vergognerebbe perché percepirebbe chiaramente almeno di compiere un’azione socialmente riprovevole. Online, però, non funziona così.

Eppure un giornale è un giornale e un film e un film che siano di carta, celluloide o in digitale. Se non ci si mette in testa di lavorare sull’educazione al valore dell’immateriale e della proprietà intellettuale la partita è destinata a continuare a essere persa come, purtroppo, è stato sin qui. E, naturalmente, educare significa sensibilizzare, formare, diffondere consapevolezza e non, semplicemente, brandire manette, richiamare l’attenzione sulle conseguenze di certe azioni, multare o magari arrestare.

Intendiamoci, ci sono casi limite nei quali può servire anche questo ma sono scuola e famiglia, come per decine di altri fenomeni allarmanti dell’ecosistema digitale, che possono fare la differenza. E poi l’industria deve fare la sua parte – che oggi, per la verità, con qualche eccezione importante, inizia a fare più di ieri – rendendo sempre più accessibili i propri contenuti in forme e tempi capaci di intercettare le esigenze degli utenti scongiurando il rischio che questi ultimi trovino più conveniente accedere al mercato nero e pirata.

Una vittoria è una vittoria. Bene così e oggi e giusto festeggiare, ma per togliersi l’amaro che domani ci resterà in bocca bisogna mettersi a lavorare subito a un nuovo patto sociale al centro del quale ci siano gli utenti dei servizi pirata da educare a una cultura del valore dell’immateriale che, purtroppo, è sin qui mancata nel processo di educazione all’uso del digitale della più parte di noi.

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