Aveva preso pubblicamente posizione a sostegno del movimento Black Lives Matter, ma nemmeno McDonald’s è stato esente dalle accuse di razzismo: cinquantadue ex proprietari afroamericani di ristoranti hanno presentato, presso il tribunale federale di Chicago, una denuncia per discriminazione razziale contro la catena di fast-food. Una causa che, se vinta, potrebbe costare un miliardo di dollari al colosso degli hamburger.

I querelanti, titolari di circa 200 locali prima della loro cessione, accusano McDonald’s di averli costretti a rilevare ristoranti poco redditizi, con bassi volumi di vendita, in quartieri periferici e con costi per la sicurezza elevati e di non aver garantito lo stesso supporto e le stesse opportunità fornite a proprietari bianchi. La multinazionale statunitense avrebbe inoltre fornito informazioni fuorvianti sulla situazione finanziaria dei locali e avrebbe fatto pressioni per una rapida conclusione del contratto di acquisto quando un ristorante diventava disponibile sul mercato.

A giugno, il ceo Chris Kempczinski aveva ammesso in una dichiarazione che la compagnia aveva ancora molto lavoro da fare per migliorare l’equità tra i dipendenti e potenziare la diversità all’interno dell’azienda. Nonostante ciò, Kempczinski ha anche sottolineato che la catena era riuscita a creare più milionari della comunità afroamericana rispetto a qualsiasi altra azienda. McDonald era già stata denunciata diverse per discriminazione razziale: questa volta i querelanti sostengono di aver dovuto rinnovare le strutture in tempi più brevi di quanto concesso ai proprietari bianchi, ma senza ottenere lo stesso supporto economico. Inoltre sarebbe stata negata la possibilità di acquistare negozi più redditizi in quartieri più centrali. Conseguentemente i querelanti hanno registrato un minor fatturato: in media 2 milioni di dollari l’anno, contro i 2,7 milioni della media americana tra il 2011 e il 2016 e i 2,9 milioni del 2019.

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