“Qualcuno ha cambiato idea sull’utilizzo della mascherina. Ebbene, se domani mattina vedessi Matteo Salvini utilizzare e invitare a scaricare Immuni, sarei la persona più felice del mondo nel riscoprire l’Italia unita, pronta a combattere contro la diffusione del Covid-19”. Il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri spiega a ilfattoquotidiano.it perché considera “profondamente sbagliata” quella che definisce “l’opera di demonizzazione di Immuni”, che poi ha spinto molti italiani a non scaricarla, anche tra i giovani. Da esponente del governo, oltre che medico, chiarisce il suo punto di vista sull’applicazione presa di mira da mesi e che, invece “molto avrebbe potuto fare nel contact tracing, proprio nei mesi estivi e soprattutto per i giovani, limitando il rischio quotidiano di contrarre il virus. Non è andata così. Ad oggi il numero di download è di circa 5,3 milioni, anche se tutto sommato in linea con diversi Paesi europei. Ma non è finita e se finora al boom iniziale non ha fatto seguito una diffusione capillare nel nostro Paese, qualcosa può ancora cambiare.

Viceministro, come spiegherebbe Immuni a chi non l’ha ancora scaricata?
“Con un esempio semplice. Se io un giorno venissi a trovarvi in redazione e incontrassi il direttore e qualche altro giornalista, prendessi il caffè al distributore e dopo 12 giorni scoprissi di essere positivo, farei fatica a ricordare nel dettaglio, dopo quasi due settimane, tutti i colleghi incontrati e, di questi, quanti per circa 18 minuti e quanti mi sono stati a meno di un metro di distanza. La sede della redazione dovrebbe chiudere il giorno dopo. Immuni, invece, se fosse scaricata da tutti, sarebbe in grado di dircelo. In questo modo, chi non ha avuto contatti ‘a rischio’ con il sottoscritto sarebbe liberato da una quarantena forzata. Per me la app è proprio uno strumento di libertà”.

Riportando l’esempio circoscritto della redazione al caso della Sardegna….
“Appunto. Difficile ricordare dopo 12 giorni vicino a chi sei stato e per quanto tempo. Magari te lo ricordi dopo 18 giorni e, nel frattempo, il virus ha continuato a diffondersi, creando nuovi focolai. Immuni è un sistema immediato di segnalazione, che arriva con un semplice messaggio sul proprio smartphone e nella massima privacy”.

In realtà non c’è alcun obbligo di segnalare la propria positività.
“Sì, ma è chiaro che si consiglia di farlo e confidiamo nel fatto che chi scarica Immuni, è evidentemente propenso a fermare concretamente un eventuale contagio, con la consapevolezza del massimo rispetto dei suoi dati personali”.

In questi giorni tutto il Paese è concentrato sulla ripartenza, dopo i mesi estivi. C’è molta preoccupazione per la ripresa delle lezioni e si è acceso anche il dibattito sui trasporti. In particolare sui posti a sedere nei bus. Cosa può fare Immuni in questi contesti?
“Il discorso che si faceva sulla Sardegna vale ancora di più per i trasporti. Perché è davvero impensabile poter ricostruire la rete dei contatti su un bus in modo efficace e, soprattutto, allertando solo chi si è trovato a un raggio di un metro da una persona risultata positiva al test. Anche in questo caso, se scaricata da tutti, in maniera chirurgica e in totale anonimato, escluderebbe dalle notifiche le persone che non si sono incrociate con chi è contagiato. Con un vantaggio economico per tutti”.

Ci spiega perché?
“Quando sento parlare di 100mila tamponi, penso al fatto che vengono eseguiti seguendo un protocollo spesso basato sul ricordo delle singole persone. Nel dubbio, lo fai, per scongiurare eventuali complicazioni. In molti casi, però, si tratta di tamponi che si sarebbero potuti evitare, perché quella persona non ha mai corso rischi effettivi. Immuni lo avrebbe rilevato e avrebbe fatto risparmiare cifre importanti al nostro sistema sanitario nazionale. È ancora in grado di farlo”.

Per quanto riguarda le scuole, invece, in questi giorni lei ha suggerito di inserire l’app nei protocolli operativi. Si può fare?
“Lo può fare il Comitato tecnico-scientifico. Può essere un suggerimento. Credo che Immuni sia uno strumento adatto soprattutto in contesti come quelli delle scuole superiori o delle università. È il momento di spingere per aumentare i download. Se quegli oltre 5 milioni di smartphone diventassero 10 milioni, con un incremento soprattutto tra i ragazzi, saremmo sicuramente davanti a un cambiamento notevole nella prevenzione di nuovi contagi”.

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