Si fanno insistenti le voci che vorrebbero un cambio settembrino al Ministero dell’Istruzione ove la ministra Lucia Azzolina dovrebbe cedere il posto a un esponente del mondo renziano. Dietro a questo desiderio di poltrona si celano le antiche e mai sopite pulsioni padronali del renzismo. Tra tutti i Ministeri non è un caso che essi bramino l’istruzione, convinti ancora di costituire l’avanguardia di un pensiero illuminato da impartire alle masse. Quale idea hanno della manutenzione della nostra scuola dalle parti Pd-Iv?

Basta grattare sotto la patina delle ultime affermazioni di alcuni pensatori per scoprire un condensato dei peggiori luoghi comuni e ovvietà sesquipedali spacciate per progetti fondativi. Se Nicola Zingaretti si batte per “un’alleanza forte fra Scuola e Territorio”, Massimo Recalcati gli fa eco dissertando ovunque sul tema scuola (tanto che non è impensabile, a detta della rete, immaginare che Renzi punti su di lui per l’ufficio di viale Trastevere, ipotesi più plausibile rispetto a quella palesemente sacrificale della Boschi) con argomenti al limite del rivoluzionario che vedono “la scuola (…) il luogo dal quale fare ripartire il nostro Paese”, concludendo con l’audace prospettiva di collocarla al centro della nostra ricostruzione (sic).

Alzi la mano chi non ha trovato assonanze con le dichiarazioni della ex ministra Gelmini quando spronava a “rimettere al centro la sfida educativa in collaborazione stretta con la famiglia”. Di tutte queste parole non resta null’altro che un affastellato collage di frasi generaliste, magniloquenti affermazioni, estensioni di luoghi comuni triti e ritriti. Un lessico privo di dettagli ed approfondimenti che si limita a inserire a tratti la parola “scuola” in un discorso generalista buono per tutto.

Lo psicoanalista chiosa con: “senza una buona scuola, un paese è morto”, termine che a noi richiama alla mente ben altro: la legge 107. Quella “riforma”, bocciata trasversalmente da ogni istanza sociale, conteneva la quintessenza di quel sistema di pensiero che, coerentemente, mise un potere abnorme nelle mani del dirigente scolastico, tramutando molti insegnanti in pedine timorose del principe di turno.

La “chiamata diretta” incarnava alla perfezione quel mai sopito senso di padronalità direttiva dell’establishment leopoldino culminato con quel capolavoro chiamato “alternanza scuola – lavoro”, un marchingegno che inoculava nei ragazzi il virus della precarizzazione come dato strutturale della vita, l’idea della prestazione sottopagata come plinto del loro incerto domani. Non poche sono state le segnalazioni di abusi, attività non corrispondenti alle mansioni, assenza dei criteri di pertinenza col percorso di studi dei giovani interessati, bassi standard di sicurezza. Dove erano allora quelli che oggi un giorno sì ed uno anche ci vengono a spiegare come loro forgerebbero la scuola dei nostri figli?

Non erano all’estero. Non erano sotto sequestro. Erano qua, liberi pensatori allora come oggi, ma avevano lo sguardo rivolto alla Leopolda e oggi dissertano di periferie che non hanno mai conosciuto né abitato, di classi scrostate e sovraffollate che non hanno mai visto, protetti da quel rumore di fondo costituito dagli affanni di quel mondo fatto di carne e passione che costituisce la base viva di ogni scuola.

Essi aspettano seduti sul lato comodo del fiume, attendendo il cadavere della Azzolina dopo che questa si è incaricata di spalare il guano della riapertura, costretta a fronteggiare una situazione esplosiva. E’ stata sottoposta ad ogni tipo di attacco, criticata e dileggiata dai tanti soloni finanche per il colore del suo rossetto. Alla fine della fiera, le cifre parlano di oltre un miliardo di euro col decreto ‘agosto’ per affitto nuovi spazi e incremento dell’organico scolastico.

Centomila assunzioni a tempo indeterminato tra docenti, Ata, dirigenti e unità di personale educativo. Si poteva fare di più e meglio? Naturalmente. Tuttavia questi sono “fatti, non pugnette” come sostiene un mio quasi conterraneo. Il mondo renziano sogna di subentrare una volta che tutto sarà apparecchiato, dopo che decisioni importanti ed impopolari sono state prese, dopo che il confronto aspro con il corpo insegnante, con le istanze sociali hanno costituito per l’attuale ministro quelle forche caudine da attraversare. Per questi motivi urge difendere l’istruzione dal loro arrivo. Non loro, non ora, non qua.

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