di Donatello D’Andrea

Da ieri la Lega ha cambiato volto: si chiamerà “Lega per Salvini Premier”. Almeno a livello formale, la vecchia Lega Nord di Umberto Bossi, fondata negli anni ’90, cede il passo ad un nuovo tipo di partito, non più regionale o secessionista, bensì “nazionalista”, sovranista e di ispirazione patriottica. Alla “caprese” insomma.

A rivelarlo è stato un retroscena di Repubblica, il quale racconta come già dallo scorso febbraio fosse partita una nuova campagna di iscrizione ad un nuovo partito in salsa salviniana a trazione nazionale e meno “settentrionale”. Ai vecchi iscritti è stata data la possibilità di pagare dieci euro a tessera, mantenendo gratuitamente il vecchio cimelio della Lega Nord.

L’abbandono della questione settentrionale ha spaccato il vecchio elettorato. Si dice che ben il 30% dei legionari non rinnoverà l’iscrizione, in aperto scontro sulla linea seguita non più “nordica e nostalgica”. L’addio al nome “Nord”, insomma, non piace proprio a tutti e questo potrebbe fornire un assist decisivo al numero due della Lega, Luca Zaia, la cui lista in Veneto vale da sola il 40% – quella della Lega si fermerebbe al 10%.

Il Presidente del Veneto ha sempre respinto ogni tipo di interesse verso Roma ma, se fosse costretto anche per ragioni interne e dirigenziali, non potrebbe più rifiutare. In questo caso, sono diversi i rimorsi che darebbero anche Giancarlo Giorgetti, già entrato in contrasto con il segretario del Carroccio per la questione “Europa” e contrario alla crisi di governo, non molto entusiasta della virata nazionale del partito di Salvini.

In sostanza, la svolta patriottica di Matteo non convince proprio nessuno dei grandi nomi della Lega. Ovviamente il tempo è pronto a smentirli tutti, ma se le cose non andranno per il verso giusto, le conseguenze potrebbero essere davvero devastanti per il futuro politico e la leadership del buon Matteo.

Le opposizioni potrebbero assumersi l’onere di rappresentare gli interessi del nord, moderato ed europeista, rimasto fuori dalla causa salviniana. Giorgia Meloni potrebbe finalmente riuscire ad assumere la leadership della coalizione e la Lega potrebbe scegliere la stella di Zaia, in ascesa, per rimpiazzare quella in declino di Salvini.

La questione settentrionale viene vista centrale da almeno il 70% dell’elettorato leghista del Nord Italia. Salvini ha difeso a spada tratta la Lombardia facendo leva proprio sul “attacco personale alla regione più produttiva”, cioè schermando il modello lombardo contrapponendolo ai “meno prosperi”. Inoltre, in quel 30% c’è sicuramente qualcuno che, pur perdonando al proprio leader l’apertura ai meridionali, ha sempre sperato nella conservazione dei principi, dello statuto e dei vecchi mantra lumbard. La trasformazione di un movimento la cui base si era sì allargata, ma per “concessione” del leader di turno, in un partito nazionale è un rischio consistente.

Togliere spazio ai consueti temi di battaglia del Carroccio, sostituendoli con “comuni” tensioni nazionali, potrebbe rivelarsi un salto nel buio per un Matteo Salvini che non è più quello delle Europee.

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