di Carolina Vigo

Il secondo Consiglio europeo più lungo di sempre (oltre 90 ore e di 25 minuti inferiore a quello di Nizza) è terminato con “un accordo storico”. Per la prima volta, l’Unione europea si fa carico collettivamente di prendere soldi a prestito (750 miliardi) dai mercati finanziari. L’obiettivo è quello di aiutare le economie europee più colpite dalla pandemia nel medio termine (fino al 2023).

Assieme al Recovery fund, i capi di Stato si sono anche messi d’accordo sul budget pluriannuale europeo, il cosiddetto Mff, valido fino al 2027. Le lunghe negoziazioni hanno concluso su un pacchetto di oltre 1,8 trilioni di euro – una bella somma e una vittoria per l’Europa, ma che non deve abbagliarci: come sentenziato dalla Presidente Von der Leyen, “with light, also comes shadow”.

Senza voler entrare nel contenuto, soffermiamoci sulla forma dell’accordo: l’impressione avutasi a Bruxelles tra europeisti convinti è quella che il Consiglio della settimana scorsa sia l’ennesimo esempio di intergovernamentalismo, che ben è stato riassunto dal Presidente Michel: “We renewed our marriage vows for 30 years”. Nulla di più vero: da oltre 30 anni, gli Stati membri portano a Bruxelles le istanze del ‘loro Paese’ e le fanno passare come priorità ‘europee’.

Ed è un vero peccato, perché il mondo – soprattutto l’Asia, ma non solo – si sta muovendo a una velocità vertiginosa, e noi europei discutiamo per mesi/anni (sì, perché le 90 ore non sono che la durata dell’ultimo Consiglio) su quanto “si riesce a portare a casa”. Insomma, i Capi di governo negoziano cifre tutto sommato irrisorie per il continente a colpi di calcolatrice, mentre una tormenta si sta per abbattere su casa Europa.

I dati parlano chiaro: mentre l’Europa generava il 30% del Pil mondiale negli anni ‘90, nel 2016 contavamo solamente il 22% del benessere mondiale. Prima del 2035, si prevede che l’Europa non sarà più nella top-3 delle economie più importanti. Con questa perdita di rilevanza, l’Europa si accinge a perdere di influenza non solo in campo economico/commerciale, ma anche sociale, ambientale e valoriale. È per questa ragione che l’intergovernamentalismo è sempre più dannoso, ed è necessario fare un salto di qualità e riflettere su come costruire un “sistema Europa” che non sia la somma delle parti.

A ogni elezione europea, la Commissione si popola sempre più di politici e sempre meno di tecnocrati. Se il Berlaymont è quindi il simbolo della trasformazione – sempre continua e affascinante – dell’Unione, l’Europa building – nonostante l’architettura più moderna – è il palazzo dei campanilismi, dove l’immobilismo dell’intergovernamentalismo è la norma.

La nuova Commissione si è fissata tre priorità: rendere l’Unione più verde, digitale e resiliente. Il Consiglio adotta di tanto in tanto delle priorità politiche per il continente e che sulla carta si vogliono europee, ma a ogni dossier – e la settimana scorsa è stata la volta del bilancio – dimostra che le discussioni sono tra e per gli interessi degli Stati membri. Insomma, l’obiettivo degli Stati non è avanzare una politica a respiro continentale, ma trovare un compromesso a somma zero.

I frugali, gli spendaccioni, le democrazie illiberali, gli Stati piccoli e quelli grandi, l’Est e l’Ovest, tutti i governi nazionali hanno gridato “Vittoria per noi!” una volta tornati nelle capitali e spiegato perché l’accordo raggiunto sarà conveniente per il proprio Paese. Ma il salto di qualità si sta facendo e bisogna che gli Stati (i governi e i parlamenti, i giornalisti, le amministrazioni e i cittadini) se ne rendano conto e accompagnino la trasformazione.

L’accordo della settimana scorsa è stato raggiunto ricorrendo ai soliti metodi: i soldi vanno agli Stati nazionali, i mostruosi rebate sono aumentati e moltissime risorse sono sottratte a ricerca & innovazione, Green Deal e transizione digitale. Tuttavia, l’accordo ha una portata storica: nonostante il carattere intergovernamentale del Consiglio, si è arrivati al Recovery fund.

Ovviamente dei fattori hanno aiutato: qualche capo di governo filoeuropeista e la pandemia che ha portato alla crisi economica più importante di sempre hanno fatto maturare quella decisione. Ma senza la Commissione che ha presentato (e difeso durante lo scorso Consiglio europeo) la proposta di Recovery fund, che irrobustisce lo strumento del semestre europeo, non avremmo avuto questo accordo “storico”.

L’accordo è lungi dall’essere perfetto e come ogni compromesso lascia dell’amaro in bocca. Tuttavia, l’accordo votato alle 5 del mattino di martedì 21 luglio mostra come il passo verso una Politica (con la P maiuscola) squisitamente europea non potrà che essere la soluzione naturale e necessaria per il continente.

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