“La mia storia non ha colore politico, ma chiede giustizia. Dopo anni di lavoro all’estero sono rientrato in Italia ma in questi mesi non mi è stato permesso di fare il mio lavoro”. Mario Fittipaldi è un medico salernitano. Dal 2012, dopo aver completato gli studi a Roma con il massimo dei voti decide di trasferirsi all’estero perché, al tempo, “non c’erano possibilità di assunzione”. Ha lavorato in Spagna, a Madrid, in Nuova Zelanda, come cardiochirurgo pediatrico in formazione allo Starship Children’s di Auckland, e in Gran Bretagna, a Londra e Birmingham. Ora, dopo un periodo trascorso a Napoli, ha deciso di andar via. Di nuovo.

“Mi sono formato per oltre due anni al Great Ormond Street Hospital for Children’s di Londra, uno dei centri con la casistica più ampia nei bambini e negli adolescenti – racconta Mario a ilfattoquotidiano.it –. Ho al mio attivo una buona produzione scientifica e didattica, una partecipazione ad oltre mille interventi di cardiochirurgia pediatrica. Ma questi dettagli, nella realtà dei fatti, lasciano il tempo che trovano”, continua. La scelta di andare all’estero per Mario è stata da subito molto sofferta. “Estremamente sofferta – spiega –. L’allontanarmi dagli affetti e con difficoltà costruire un futuro in posti che ho cercato di chiamare casa ma che casa non erano, non è stato facile”. La sua base è sempre rimasta l’Italia: “Rientrare, però, può sembrare praticamente impossibile”.

Mario ha continuato a perseverare, investendo “tempo e denaro” per partecipare a concorsi in Italia. A gennaio 2020 ha vinto il concorso per un posto da cardiochirurgo in ospedale. Ma, spiega, “nonostante il mio training specifico, non mi è stata data la possibilità di lavorare in cardiochirurgia pediatrica. Anzi – continua – l’Unità cui sono stato assegnato, per affinità chirurgica dovrebbe occuparsi solo di pazienti adolescenti, ma di fatto non è cosi”. Mario ha cercato di integrarsi nel team di lavoro, ma ha riscontrato “incompatibilità ambientali”. E la situazione si è fatta sempre più complicata. “La Regione Campania ha delineato percorsi assistenziali ben definiti – spiega ancora il medico –, ma all’interno dell’azienda si sono invece creati percorsi paralleli a quelli già esistenti. In questa condizione così anomala la mia professionalità è stata calpestata. In quasi sei mesi sono stato assegnato all’attività chirurgica in rarissime occasioni, senza essere coinvolto né supportato nei processi assistenziali”.

Mario è determinato: “Si parla tanto di cervelli in fuga. Molti di noi, senza agganci politici, stanno cercando di rientrare, ma trovano la propria professionalità messa da parte”. Il giovane medico salernitano dopo essersi rivolto alla Presidenza della Repubblica ha tentato di scrivere, ancor prima dell’emergenza Covid, anche al governatore Vincenzo De Luca. La Direzione dell’ospedale “ha sempre manifestato comprensione e ha apprezzato il mio curriculum, cercando di creare le condizioni affinché mi potessero essere affidate funzioni e compiti consoni ad un normale ed equilibrato rapporto di collaborazione professionale”. Ma nonostante le premesse Mario ha dovuto affrontare “resistenze inaudite”.

Fino alla decisione di lasciare l’Italia e di tornare all’estero. Un viaggio al contrario, un ritorno mancato. “Ho avuto la possibilità di tornare a Londra come chirurgo al prestigioso St Thomas Hospital, dove già ho lavorato in passato, nella consapevolezza – continua – che questa scelta possa permettermi di continuare a crescere professionalmente”.

Da salernitano e campano Mario ha pensato che Napoli fosse il posto migliore dove tornare per poter “contribuire alla crescita culturale e scientifica della propria terra”. “Sono tornato in Italia e sono stato messo da parte – ha scritto nella sua lettera al Presidente della Repubblica –, non potendo lavorare e fare quello per cui mi sono formato negli anni, con passione e sacrifici”. A questo punto, però, Mario non vuole smettere di provarci: “È davvero assurdo pensare che la Sanità del mio paese non riconosca le mie competenze. Spero solo di poter continuare a fare il mio lavoro e servire i piccoli pazienti e le famiglie. Ma il sistema italiano, a volte, – conclude – non esalta chi mette la propria passione davanti a tutto”.

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