di Paolo Di Falco e Andrea Leone

In questi giorni si parla molto di libertà, ma cosa significa questa parola di appena sette sillabe? Per essa si sono sacrificate migliaia di persone, ma ancora oggi la maggior parte delle persone che vivono sul nostro pianeta non sono libere. Se ci pensiamo, oggi si stima che 40,3 milioni di persone siano in uno stato di schiavitù e si ritiene che il numero di schiavi nel mondo sia addirittura superiore, data la lacuna che vi è nei dati. Chissà cos’è per loro la libertà, chissà se qualcuno di loro sogna di ottenerla, chissà se qualcuno ha mai spiegato loro cosa fosse la libertà.

Quella stessa libertà vagheggiata dagli afroamericani a partire dal loro arrivo sul Continente. Per secoli sono stati trattati come gli animali, costretti a lavorare nelle grandi piantagioni del Sud. Nel 1865 fu abolita negli Stati Uniti d’America la schiavitù, ma per loro quasi nulla cambiò. Dopo figure immense come Malcom X, Martin Luther King iniziò la loro emancipazione e progressivamente gli vennero riconosciuti tutti i diritti, ma non la vera libertà. Come dimostra l’uccisione di George Floyd, episodio che rappresenta la somma degli episodi discriminatori che ancora oggi gli afroamericani subiscono.

Ragazzi della nostra stessa età ancora oggi sognano la libertà di camminare liberamente per strada senza essere fissati come dei potenziali criminali, la libertà di vivere senza la paura di essere uccisi da coloro che dovrebbero proteggerli. Ragazzi che sono scesi in strada per ribadire che la libertà è così preziosa che non possiamo permettere a nessuno di togliercela. Libertà che anche nella nostra Italia è sognata da tutti quei migranti che lavorano dalla mattina alla sera nei campi dietro un misero compenso, sfruttati dalla criminalità organizzata. Secondo voi, si può considerare questa libertà?

Nonostante questo, se per caso qualcuno prova a parlare dello sfruttamento che avviene sul nostro territorio iniziano ad etichettarti. In troppi credono che il proprio Paese non sia parte del problema. Prendiamo l’Italia: dal 2000 ad oggi le donne uccise nel nostro Paese sono state 3.230. Pensate che nel 2020 vi sono stati 29 femminicidi in appena 5 mesi. Secondo voi Larissa, Barbara, Bruna, Rossella, Lorena, Gina, Viviana, Maria Angela, Alessandra, Marisa e Susy, uccise durante la quarantena, pensavano mai al significato della parola libertà? Una parola che avevano visto troppe volte calpestata dai loro mariti, compagni ogni volta che uno schiaffo si abbatteva sul loro colpo, ogni volta che guardavano i loro lividi e li nascondevano sotto il trucco per paura… Ma quanto può essere forte un grido di sofferenza, di una libertà oppressa?

Forse tutto sta nella volontà altrui di raccogliere quel dolore urlato, quella supplica di aiuto, che ci giunge lontano perché immersi in un mondo ed una società dove non puoi distrarti, altrimenti ne fai le spese. Ma se sei interessato alla vita di un uomo non hai nulla da perdere, puoi solo imparare ad ascoltare il grido di chi soffre e a urlare insieme a lui!

Puoi farlo in diversi modi, anche con la musica. Ne è l’esempio il concerto di Bruce Springsteen ad Atlanta il 4 giugno del 2000. Quella sera il cantautore statunitense stupì tutti con una canzone, American Skin (41 shots): 41 spari, come quelli che la polizia di New York esplose contro Amadou Diallo in una notte del 1999. Amadou fermato dagli agenti sulle tracce di un ricercato, mise le mani in tasca per prendere i documenti ma contro di lui si aprì il fuoco dei poliziotti. Amadou cadde a terra, con i documenti ancora stretti nella mano. Cadde a terra un giovane, uno studente, un 23enne. Cadde a terra una città, un popolo, una nazione. Cadde a terra l’uomo.

La storia ci ha fatto vedere, a cominciare dai periodi di colonizzazione, come i diritti siano stati sempre calpestati. Dietro ogni popolo che si è imposto c’è stata la sottomissione di quello precedente, dietro ogni restrizione della libertà del prossimo c’è stata la sconfitta dell’essere umano. La libertà è un diritto fondamentale dell’uomo e occorre che ciò sia uno dei pilasti della nostra società, di quella che verrà e che vedrà protagonisti sempre di più proprio noi giovani.

Innanzi a tutto ciò che questa realtà ci sbatte in faccia bisogna fermarsi allora, uscire fuori da questo modello di società e cambiarla. Come? Gridando tutti insieme!

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