L’app Immuni è stata lanciata in tutta Italia il 15 giugno e molti si stanno chiedendo il perché le persone scarichino di più FaceApp, l’applicazione per smartphone che permette di modificare i propri connotati tornata prepotentemente di moda in questi giorni, rispetto all’app predisposta dal governo italiano per consentire le notifiche di esposizione al coronavirus.

Ci si chiede in particolare perché ognuno di noi non obietti nulla a conferire qualsiasi tipo di autorizzazione possibile ed immaginabile alle app che scarichiamo disinteressandoci di che fine facciano i nostri dati, e perché siamo invece così scettici su Immuni. La risposta è molto semplice.

Immuni determina conseguenze molto diverse sulla nostra vita rispetto a chi scarica una semplice app e gli italiani sembrano averlo capito. Chi riceve infatti l’alert di una notifica al rischio, nonostante una martellante campagna diretta a evidenziare la totale volontarietà dell’app e quindi la possibilità di ignorare l’avvertimento, deve sapere che le norme italiane scritte durante la crisi prevedono nella migliore ipotesi l’auto-isolamento cautelativo e la necessità di comunicare a tutti l’esistenza di una possibile situazione di rischio.

E quando si dice tutti, si intende proprio tutti, dalla propria famiglia al proprio datore di lavoro. Chi riceve l’alert infatti, secondo le norme del Ministero della Salute, recentemente confermate da un provvedimento del Garante Privacy, è a tutti gli effetti un “contatto stretto” di un positivo al coronavirus. È un soggetto cioè che deve essere messo in quarantena, e che può essere chiamato a rispondere qualora abbia ignorato l’alert.

Se a questo obbligo di fatto seguisse una immediata risposta dello Stato in termini di tampone l’app avrebbe un senso, ma se questo non avvenisse, e magari l’allertato non venisse contattato o non venisse preso in carico dal sistema sanitario, allora sarebbe un vero problema, anche perché per come è strutturata Immuni il sistema sanitario non è in grado di conoscere i contatti stretti avvenuti tramite l’app, diversamente dal mondo fisico.

Va ricordato che il Telegraph ha pubblicato una ricerca da cui si evince che se il tampone non viene effettuato nelle 48 ore dall’alert può accadere che il soggetto allertato attraverso l’app si trasformi in un “falso negativo”, ovvero un soggetto in grado di infettare inconsapevolmente qualcun altro, con una incidenza che l’autorevole testata calcola in 50 per cento in più.

Si capisce dunque il perché il cittadino tra il vedersi con le fattezze dell’altro sesso e il vedersi rinchiuso in casa senza sapere cosa fare magari a tempo indefinito e senza ricevere un tampone, preferisca la prima opzione. A maggior ragione se i dati di contagio diminuiscono ed il cittadino rischia di trovarsi lui solo con il “cerino” in mano.

L’app avrebbe dovuto essere adottata come integrazione al sistema sanitario a disposizione dei medici per tracciare gli infetti, partendo dai dati di prevenzione e cura per giungere ad una presa in carico porta a porta dei soggetti a rischio da parte dello Stato, e non essere presentata quasi come una simil-Pokemon go da scaricare come qualsiasi altra app.

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