Si capisce poco di internet e della sua geometrica potenza se non si sa nulla della realtà aumentata (ingl. enhanced reality). In poche parole, si tratta di questo: la realtà non ci basta più. Oddio, forse non ci è mai bastata: non a caso abbiamo inventato le religioni. Poi, però, è venuta la televisione. Infine, il colpo definitivo (alla realtà): internet. Ci abbiamo cercato di tutto, lì dentro, anche una second life.

Per molti di noi internet riempie solo i vuoti della giornata, trasfigurando la vita reale e rendendocela più sopportabile. Per molti altri, invece, internet sostituisce ormai la realtà. Alcuni ci hanno proprio traslocato, considerano le fake news “verità alternative” e scambiano il principio di realtà con quello del piacere.

Un esempio? Prendete l’omicidio di George Floyd negli Stati Uniti e le reazioni di Trump e dei social. Quando si parla della rivoluzione digitale e delle sue conseguenze politiche – il populismo digitale – a un certo punto della discussione c’è sempre quello che si alza e che invariabilmente ripete: ma quelle cose lì ci sono sempre state, cosa c’entra internet?

È proprio qui, invece, che aiuta l’idea di realtà aumentata. Nel caso Floyd, non siamo di fronte all’ennesimo poliziotto bianco che ammazza l’ennesimo nero sulle strade statunitensi. Perché non è più la solita notizia ascoltata distrattamente alla radio, o appresa dal telegiornale mentre si butta la pasta?

Gli interminabili nove minuti impiegati dalla bestia in divisa per soffocare la propria vittima sono stati filmati interamente da un cellulare: se uno è proprio sadico, se li può persino rivedere. Per scatenare i saccheggi e gli incendi, a questo punto, non c’era bisogno di sapere che il poliziotto era responsabile di almeno dieci episodi simili, dal 2006 a oggi, senz’essere mai stato incriminato né sospeso dal servizio. E neppure di aspettare che venisse arrestato e poi rilasciato il reporter nero della Cnn, mentre il suo collega bianco continuava a filmare come se niente fosse.

Nell’America di Mississippi Burning e di Black lives matter – indovinate quale dei due non è il nome di un film? – ad appiccare il fuoco bastava il frame del poliziotto bianco che ammazza il nero, depositato nell’inconscio collettivo. A quel punto, mancava solo il più famoso prodotto della realtà aumentata da internet, quello che, se fosse il personaggio di un film di fantapolitica, parrebbe troppo stupido e cattivo persino a uno sceneggiatore di Hollywood. Proprio lui, the Donald, dopo aver emanato un ordine esecutivo incostituzionale contro i social che lo censurerebbero, ha twittato minaccioso che dove cominciano i saccheggi iniziano anche le sparatorie.

Persino Twitter, che Donald Trump l’ha prima inventato e poi imposto alla realtà, ha avvertito che non censurava il tweet solo perché era di interesse pubblico, altrimenti l’avrebbe tolto perché “glorifica la violenza”. Così è andato a ramengo anche il tacito patto fra i social e il potere, con grande dispetto dell’altro gigante del digitale, Facebook, che perde pure lui l’impunità per i danni provocati dai suoi post.

Tutto questo – la realtà aumentata e la sua indistinguibilità da quella reale, l’omicidio di un nero che sembra uscito da un film, il Presidente-replicante impazzito – si può anche chiamare populismo digitale, o mediatico, e forse non c’è davvero niente di nuovo, almeno il meccanismo l’abbiamo capito tutti. Se un Presidente degli Stati Uniti rischia di non venire rieletto perché ha lasciato morire di Covid centomila suoi concittadini, allora di fronte all’omicidio di un nero, alla rivolta di Hong Kong e anche alle liti con Twitter può solo fregarsi le mani soddisfatto: finalmente, il pubblico si distrarrà.

Persino Matteo Salvini è crollato di circa dieci punti, da quando non può più raccontarci le sue barzellette sull’immigrazione. Tutto questo, però, non ha più nulla a che fare con la democrazia: “Democracy, do you remember?”. Ma non per ragioni politiche o addirittura morali, bensì meramente evolutive.

Una società di narcisisti digitali istupiditi dall’intrattenimento, che delega al Trump o al Salvini di turno la soluzione dei propri problemi, non è destinata a sopravvivere, secondo le dure leggi di Darwin. Una società così, voglio dire, somiglia pericolosamente all’Impero romano, un attimo prima della sua caduta.

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