Il decreto Liquidità che lunedì 25 va all’esame dell’aula della Camera è stato modificato in commissione per rispondere ai dubbi del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho e dei capi delle Procure di Milano e Napoli, che avevano paventato il rischio di un “trasferimento di risorse pubbliche” dallo Stato a imprese infiltrate dalla criminalità organizzata. Prevedendo tra l’altro che la Sace si doti di una piattaforma di comunicazione automatica con la banca dati nazionale antimafia e nei contratti di finanziamento sia inserita una clausola di risoluzione che scatta se arriva un’interdittiva. Non abbastanza secondo Raffaele Trano, presidente della Commissione finanze alla Camera (ora gruppo Misto, espulso dal M5s dopo essere stato eletto presidente con i voti del centrodestra), che ha parlato di “fallimento” perché “il governo non ha previsto alcuno strumento davvero utile a contrastare le mafie ed è stata solo garantita la manleva alle banche“.

L’autocertificazione che solleva le banche da responsabilità sui controlli – Il riferimento è alla riformulazione di un emendamento all’articolo 1, quello sulle garanzie della Sace sui prestiti, approvato dalle Commissioni riunite finanze e attività produttive. Per velocizzare le procedure di erogazione dei finanziamenti, il testo consente alle aziende di presentare un’autocertificazione su dati aziendali, lealtà fiscale (titolare e legale rappresentante certificano di non aver ricevuto condanne definitive per reati fiscali negli ultimi cinque anni) e rispetto delle norme sulle interdittive antimafia, oltre a specificare che i soldi andranno su un conto corrente dedicato. La banca, ricevuta l’autocertificazione, deve rispettare solo gli obblighi di segnalazione previsti dalla normativa antiriciclaggio, mentre sugli elementi attestati dalla dichiarazione sostitutiva “non è tenuta a svolgere accertamenti ulteriori rispetto alla verifica formale di quanto dichiarato”.

Trano, durante la discussione in commissione, ha sostenuto che “nella riformulazione manca l’integrazione della documentazione oggetto di presentazione ai fini dell’accesso ai crediti, tale da consentire l’espletamento delle necessarie verifiche, con specifico riguardo alla prevenzione di eventuali infiltrazioni malavitose nel capitale delle imprese”. E ha definito “di dubbia efficacia” il protocollo di intesa firmato dai Ministeri dell’interno e dell’Economia e la Sace e a cui l’emendamento rinvia per i controlli antimafia.

Il protocollo Viminale-Economia: Sace avrà accesso a banca dati antimafia – Il protocollo, firmato il 4 maggio e girato ai prefetti dal capo di Gabinetto del Viminale, dispone che Sace chiederà alle banche di inserire nel contratto di finanziamento una condizione risolutiva per la quale in caso di interdittiva antimafia da ​parte della prefettura scatta l’immediata revoca del finanziamento con le conseguenti iniziative di recupero del credito. Inoltre la società pubblica realizzerà una piattaforma di comunicazione automatica con la banca dati nazionale unica antimafia “per l’inserimento massivo dei dati relativi ai soggetti da sottoporre a verifica antimafia” e in attesa che sia pronta “si impegna ad acquisire la documentazione antimafia mediante consultazione della banca dati nazionale unica antimafia, secondo modalità semplificate”. Se dalla consultazione emergono cause di decadenza, di sospensione o di divieto o di un tentativo di infiltrazione mafiosa, il prefetto disporrà verifiche. E in caso di rilascio di una interdittiva antimafia la banca dovrà procedere all’immediata revoca del finanziamento e Sace attiverà le procedure per il recupero del credito.

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