“Se il problema di Fca Italia è la liquidità non si capisce perché è necessario un prestito a lungo termine garantito dallo Stato. Se invece è un problema di solvibilità e di ristrutturazione, lo Stato, se decide di partecipare, non deve essere uno spettatore passivo”. Bensì “entrare nel capitale come azionista“. A parlare – o meglio scrivere – non è il segretario della Cgil Maurizio Landini, che nei giorni scorsi ha auspicato l’ingresso pubblico nell’azionariato del gruppo automobilistico anche in vista della fusione con Psa. La proposta arriva dall’economista liberista Francesco Giavazzi.

“Se il problema è la liquidità, intervenga la casa madre anglo-olandese” – In un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, il docente della Bocconi premette che “qualunque soluzione si scelga, i posti di lavoro” garantiti da Fca e dal suo indotto “vanno difesi” così come “quelli dei fornitori di Fca molti dei quali da mesi non vengono pagati”. E che “l’accordo fra Fca e Peugeot che prevede la loro fusione, va nella direzione giusta e va concluso“, perché “le aziende che producono automobili “vecchie” (benzina o diesel) oggi sono troppe”. Poi spiega nel dettaglio per quale motivo in questo contesto il prestito da 6,3 miliardi con garanzia Sace chiesto da Fca approfittando del decreto Liquidità non è lo strumento giusto. Se il problema di Fca Italy “è un problema temporaneo di liquidità“, nota Giavazzi, “la soluzione migliore non è un prestito garantito. La garanzia dello Stato aiuta Banca Intesa, che in questo modo si espone verso lo Stato, non verso un’impresa con un rating traballante. Ma indebitarsi peggiorerebbe ulteriormente la situazione patrimoniale di Fca“. In quel caso dunque “la soluzione migliore è che l’azienda anglo-olandese che possiede il 100% di Fca Italia e che ha liquidità abbondante le conceda un finanziamento temporaneo”.

“Se ha bisogno di capitale lo Stato entri: così se si riprende guadagnerà” – Ma per Giavazzi è “sfortunatamente più probabile” il caso in cui Fca Italia “abbia un problema di solvibilità, cioè abbia bisogno di capitale, non di liquidità. Qui un prestito non servirebbe a nulla. Si potrebbe invece applicare una norma analoga a quella prevista per imprese più piccole dal decreto Rilancio. Cioè lo Stato non dovrebbe aiutare l’azienda garantendo il debito, ma entrando nel capitale come azionista“. Questa strada sarebbe secondo l’economista più costosa: “forse 2 o 3 miliardi di euro“, a fronte dei 400 milioni di valore attuale della garanzia richiesta (10% di probabilità che la quota garantita del prestito non venga ripagata). Ma “se Fca Italia si riprendesse, a guadagnare sarebbero tutti gli azionisti, anche lo Stato. Cioè, gli incentivi dell’azienda e dello Stato verrebbero a coincidere”.

La presenza dello Stato nel capitale inoltre “consentirebbe anche di verificare, in modo più incisivo e sicuro di clausole generiche associate alla garanzia, che l’azienda usi il nuovo capitale per trasformarsi”. Visto che oggi, prima della fusione, lo Stato francese ha il 12% del capitale di Peugeot e dopo la fusione scenderà al 6% circa, “la presenza dello Stato italiano garantirebbe simmetria“. In ogni caso dovrebbe trattarsi di “un ingresso limitato nel tempo: già oggi l’accordo di fusione prevede una graduale uscita dello Stato francese dall’azionariato”.

“Nel cda entrino esperti indipendenti con mandato specifico” – Questo, chiosa Giavazzi, “è ciò che si «dovrebbe» fare e che alcuni stati fanno. Si ricordi l’intervento di Obama quando nel 2009 nominò Steven Rattner capo della Task Force presidenziale sull’industria automobilistica. Quando invece si pensa all’Italia vengono alla mente i compagni di classe dei politici da questi nominati nei consigli di amministrazione di aziende importanti come Leonardo“. La soluzione? “Le paratie stagne, come nel caso delle banche centrali. Cioè la delega ad esperti indipendenti con un mandato specifico indicato dalla legge a sorvegliare sulle aziende delle quali lo Stato è temporaneamente azionista”.

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