Giampiero Grevi era stato ricoverato nel settembre scorso per un’infezione, da allora la sua salute era progressivamente peggiorata. Poi il coronavirus ha fatto il resto, portandosi via il 2 aprile la bandiera della Reggiana. Grevi aveva 84 anni ed era amatissimo dai tifosi, allo stadio Mirabello è uno degli undici idoli raffigurati sul murale di Fabio Valentini.

Nato a Firenze nel 1936, a 21 anni era stato acquistato dalla Reggiana. Una parentesi al Palermo e un’altra al Padova, poi al club granata era rimasto da calciatore fino al 1970, diventandone subito dopo dirigente. Ufficialmente è il numero due per presenze nella storia del club. Davanti c’è solo Athos Panciroli, ma lui si sentiva il recordman. Nell’anno in cui svolgeva il servizio militare, alla domenica tornava a Reggio e scendeva in campo sotto falso nome. Quelle presenze non gli sono mai state attribuite. Perse altre partite per una squalifica lunga, che avrebbe potuto chiudergli per sempre le porte del calcio. Era sempre stato un calciatore corretto, Giampiero. Ma una volta perse la testa. Nel 1967 il capitano schiaffeggiò un arbitro in una gara di fine campionato. Squalifica a vita, ridotta a tre con gli ultimi due anni condonati per la vittoria della Nazionale italiana agli Europei del 1968. Ritorna a giocare e sfiora la A, categoria che aveva già avuto modo di assaporare con il Palermo.

Il portiere Lamberto Boranga, nato nel 1942, oggi fa il medico ed è ancora uno sportivo di successo nelle varie categorie over 70. Dopo gli inizi a Perugia e un passaggio alla Fiorentina era finito a giocare a Reggio Emilia. Il libero di quella squadra era proprio Grevi. “Giampiero era un libero classico – racconta Boranga a ilfattoquotidiano.it – ma aveva i piedi educati. Quando l’ho conosciuto era già un calciatore esperto, sapeva fare fallo quando era il momento e gestire bene tutta la difesa. Bravo di testa, ogni tanto si concedeva delle sortite in avanti. Io l’ho avuto anche come direttore sportivo ed era capace di fare il suo lavoro. Conosceva alla perfezione l’ambiente di Reggio e sapeva riconoscere un buon giocatore. La Reggiana deve molto a Grevi”.

Boranga si è cimentato anche come scrittore, la sua personalità gli ha sempre concesso incursioni di successo fuori dal terreno di gioco. “Quando ho presentato i miei libri a Reggio, l’ho trovato in prima fila ad ascoltarmi. Era un uomo educato e gentile. In campo si comportava da leader, fuori sapeva tenere buoni rapporti con tutti”.

Alcuni anni fa le strade di Grevi e Boranga si incrociarono di nuovo. Bongo ha un nipote che ha tentato di seguire le orme dello zio. “Ho un fratello emigrato in Australia. Un’estate andai lì e cominciai ad allenarmi in spiaggia. Giacomo mi ha visto all’opera e si innamorato del ruolo. Ha un gran fisico, giocò anche nelle nazionali giovanili australiane. Grevi allora lavorava al Parma, dove si occupava proprio del reclutamento di calciatori dall’estero. Lo ha voluto. Credeva molto nel ragazzo. Avrebbe potuto esordire in prima squadra, ma nei gialloblu il ruolo era coperto da Buffon e Guardalben. Ora Giacomo è tornato in Australia dove fa l’assistente sociale, Grevi mi chiamava di continuo per convincerlo a non mollare con il pallone”.

La vita di Grevi è stata costellate di tanti dolori. Nel 1986 è mancata a soli 24 anni la figlia Gloria, subito dopo è morta ancora giovane la moglie. Aveva ritrovato l’amore con Patrizia, scomparsa nel 2000. Ora era sposato con Grazia, che lo piange assieme alla figlia Graziamaria. Fino all’anno scorso Grevi appariva come un uomo in salute, abituato a lottare in mezzo a tragedie e sfortune.

Boranga ci tiene inoltre a ricordare un altro compagno. Innocenzo Donina ha giocato con lui alla Reggiana negli anni Settanta, proprio quelli di Grevi direttore sportivo. Classe 1950, anche Donina, cresciuto nell’Atalanta, è una delle tante vittime bergamasche del Covid 19.

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