Come già anticipato ieri nel corso della conferenza stampa della Regione Lombardia il Policlinico San Matteo di Pavia sta per avviare un nuovo studio sull’utilizzo del plasma iperimmune contro Covid 19, dopo che i risultati di un primo progetto pilota hanno evidenziato una diminuzione della mortalità dal 15 al 6%. Alessandro Venturi, presidente dell’istituto di ricerca e ospedale lombardo, durante un’audizione della Commissione Sanità del Senato, ha illustrato lo studio pilota su 46 pazienti, i cui risultati, saranno pubblicati su Jam (Journal of American Medical Association ). “Ora ci dedicheremo a un progetto più ambizioso di cui stiamo parlando con Aifa e Iss“.

Venturi ha anche aggiunto una notizia inedita e cioè che anche i donatori asintomatici, hanno gli anticorpi neutralizzanti, che potrebbero avere un effetto contro il virus. “Lo sappiamo da uno studio su mille donatori di sangue della zona rossa – ha spiegato -. Il 24% degli asintomatici aveva gli anticorpi, e una parte di questi li aveva in quantità utilizzabili. I costi della terapia con il plasma sono alti – ha aggiunto Venturi – ma abbiamo un altro tema da affrontare: la quantità di anticorpi presenti nei guariti non permane a lungo, il bancaggio di questo plasma, la possibilità di stoccarlo, è una possibilità che non dobbiamo lasciarci sfuggire“. Ieri i vertici del Pirellone hanno annunciato l’istituzione di una Banca del sangue: i pazienti saranno richiamati per verificare chi possa diventare donatore.

Intanto alla Città della Salute di Torino è al via con il proprio protocollo di ricerca sull’efficacia del plasma come annunciato dall’assessore alla Sanità del Piemonte, Luigi Icardi. La ricerca dei donatori è in corso, è stato spiegato dai responsabili, e la raccolta del plasma dovrebbe cominciare l’1 giugno. La Città della Salute di Torino sarà capofila di un progetto al quale parteciperanno tutti i servizi trasfusionali e tutte le aziende sanitarie del Piemonte. Esclusa la sola Novara, che aveva già aderito al protocollo di Pavia.

Lo studio, è stato sottolineato, punta a verificare la validità dell’uso del plasma ottenuto da pazienti guariti e ancora convalescenti nel neutralizzare la Covid-19 in malati in fase precoce con grave insufficienza respiratoria. Sarà paragonato l’uso di plasma iperimmune con l’uso di plasma che non lo è, a fronte di una tripla somministrazione ogni 48 ore. La ricerca si protrarrà per 18 mesi, esaminando la sopravvivenza a 30 giorni. I donatori saranno selezionati fra coloro che hanno sviluppato una elevata concentrazione di anticorpi contro la Covid.

Gli studi e le sperimentazioni sono importantissime. Sulla terapia con il plasma “ad oggi sappiamo che, in modo aneddotico, in base ad uno studio pilota, è stata notata un’efficacia clinica a Pavia e Mantova, come nel resto del mondo, ma ci sono ancora troppi aspetti che non conosciamo” sostiene Piermaria Fornasari, ex primario dell’ospedale Rizzoli, ematologo esperto di medicina trasfusionale. Secondo l’esperto, inoltre, “la linea scelta da Aifa e Iss per la sperimentazione sul plasma iperimmune in Italia non permette di raggiungere l’obiettivo sperato”.

“Non abbiamo – dice all’Ansa – studi in doppio cieco, non conosciamo quale debba essere la soglia anticorpale minima per la donazione, non sappiamo neppure se l’efficacia clinica dipenda solamente dalla presenza di anticorpi o anche da altri principi attivi presenti nel plasma umano, non sappiamo il timing e il numero di somministrazioni, ma soprattutto l’outcome del suo utilizzo, se evitare il ricorso alla terapia intensiva (come nel trial toscano) o il distacco dal respiratore. Essendo una risorsa limitata, ne avremo poco: per utilizzare un farmaco così raro con successo contro il Covid-19 è necessario sapere esattamente come, quanto, in che momento e per quale finalità infonderlo nei pazienti”. Il trial, per Fornasari, “ci dovrebbe anche aiutare ad individuare in base a quali parametri clinici e di laboratorio iniziare e verificare l’efficacia della terapia: un parametro, ad esempio, potrebbe essere l’aumento dei globuli bianchi neutrofili, la cui attivazione presenta il punto di svolta della malattia”. Il problema, quindi, è che “abbiamo bisogno di molte più informazioni dai trial clinici: servirebbero molti più protocolli, ciascuno dedicato ad approfondire uno di questi aspetti, e un coordinamento a livello europeo. Altrimenti si rischia di sprecare una risorsa che, non dimentichiamocelo, è e sarà sempre limitata”.

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