Test sierologici al via e ritardi nei tamponi. Dopo che in molte regioni italiane è già possibile sottoporsi agli esami per rilevare l’immunità al coronavirus (e in altre sarà possibile nei prossimi giorni), da lunedì 18 partiranno i 150mila test pubblici programmati dal governo per mappare la popolazione italiana. Ancora qualche giorno per la messa a punto della macchina organizzativa, quindi, e partiranno le chiamate da parte degli operatori e volontari della Croce Rossa italiana (Cri) incaricati di contattare il campione di cittadini. I test ematici della campagna nazionale, prevista da un decreto ad hoc pubblicato oggi in gazzetta ufficiale dopo che sono stati chiariti i nodi legati alla privacy, andranno in parallelo con l’utilizzo dei tamponi laddove i soggetti risultino positivi.

Ma è proprio sul fronte tamponi che si registrano ora le maggiori difficoltà. A partire dalla carenza dei reagenti. Proprio per risolvere tale carenza il commissario Domenico Arcuri ha lanciato una richiesta alle imprese italiane ed internazionali per la fornitura del numero massimo di reagenti che servono a fare 5 milioni di tamponi, già acquisiti. Ma la situazione, spiega il sottosegretario alla Salute Sandra Zampa, “è complessa”. Infatti, “esistono molti tipi di reagenti e le Regioni ne stanno utilizzando tipi diversi, quindi ci sono reagenti e macchinari diversi”. Quel che è certo, è che la campagna per i test sierologici sarà veloce – durerà due settimane, fino al 31 del mese – e ci darà una foto del Paese in relazione alla diffusione del virus.

Dal punto di vista organizzativo, in totale verranno effettuate dalla Cri circa 190mila chiamate (telefoniche o via sms) e saranno impegnati 550 volontari ed operatori su base regionale, con una struttura nazionale di supporto. La campagna dei test sierologici, gestita da ministero della Salute e Istat, punta a stimare “l’estensione dell’infezione nella popolazione e descriverne la frequenza in relazione a sesso, età, regione di appartenenza, attività economica. Le informazioni – chiarisce l’Istat – saranno essenziali per indirizzare politiche nazionali o regionali e per modulare le misure di contenimento del contagio“. Il campione sarà casuale e partecipare non è un obbligo ma, è l’appello dell’Istat, “è fondamentale che le persone inserite nel campione diano il loro contributo“. Sarà la Lombardia la regione con il campione maggiore, pari a 20mila individui, ed i dati saranno conservati per un massimo di 5 anni.

A pochi giorni dall’avvio dei test, però, sottolinea all’Ansa l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, “si fa ancora confusione e va ribadito che le finalità di esami ematici e tamponi sono diverse”. I primi, infatti, “vanno a rilevare se si è entrati in contatto col SarsCov2 e si hanno quindi gli anticorpi. Se si è positivi allora va fatto il tampone, per verificare se la malattia è in corso”. Il numero di tamponi connesso alla campagna dei test, afferma, “sarà dunque limitato: se supponiamo che un terzo del campione nazionale risulti positivo, si tratta infatti di 50mila tamponi da eseguire; ma anche se per assurdo l’intero campione risultasse positivo, non sarebbe un problema insormontabile fare 150mila tamponi in questa fase”. Certo, rileva, “la carenza di reagenti c’è ed è bene che la si stia risolvendo, ma la carenza non rappresenta tanto un problema ora, in relazione alla campagna dei test ematici, quanto per il prossimo futuro“.

Il nuovo periodo ‘critico‘ scatterà infatti in autunno quando, avverte l’esperto, “maggiore sarà il rischio di una nuova ondata pandemica: per allora bisogna essere pronti ed assolutamente forniti di reagenti, perché sarà ad esempio fondamentale fare subito il tampone ad ogni cittadino che arrivi in ospedale con la febbre, per prevenire qualunque rischio di focolaio“. Insomma, al momento “la questione dei reagenti dovrebbe trovare una facile soluzione dati i numeri contenuti, anche perché al Centro-sud ci attendiamo una bassa percentuale di positivi, inferiore al 10%, e un minor ricorso ai tamponi. Non bisogna invece farsi trovare impreparati dopo l’estate quando la capacità diagnostica dovrà essere massima”. Il punto, conclude, è “i tamponi non vanno fatti in massa ma con una strategia: non servono come screening generale bensì per individuare i positivi all’interno di gruppi a rischio e bloccare così nuovi focolai”.

Tornando ai test sierologici, costeranno tra i 25 e i 50 euro quelli privati in Emilia-Romagna. Il costo medio è stato fissato dalla giunta della Regione Emilia-Romagna, che ha dato il via libera al piano specifico. Il prezzo è fissato in 25 euro per il test ‘pungidito, 25 per il test ematico per la sola ricerca degli anticorpi Ecg e 50 euro per l’esame del sangue che cerca anche gli anticorpi Igm. Viene poi prevista entro fine mese l’implementazione dei laboratori privati autorizzati, attualmente 40, con l’autorizzazione ad operare per tutte le strutture valutate positivamente. Sono una quindicina quelli a cui non è stata data l’autorizzazione e potranno ripresentare le domande. Confermato, nel piano della regione, il no al fai da te per i privati, che potranno sottoporsi al test solo con prescrizione del medico di fiducia; a carico del sistema sanitario rimane invece il costo dell’eventuale tampone di verifica di positività. Se il test sarà positivo, infatti, scatterà da subito l’isolamento precauzionale, in attesa tampone oro-faringeo di verifica, “il solo e unico strumento che assicura la diagnosi”, ha sottolineato l’assessore alla Sanità Raffaele Donini.

Nel frattempo si muove anche la Lombardia. Ad annunciarlo è stato l’assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera, a margine della presentazione della sperimentazione della cura con plasma iperimmune condotta dal Policlinico San Matteo di Pavia con l’Asst di Mantova: “Domani è in programma una riunione della Giunta, faremo una delibera che regolamenta e disciplina i test sierologici. Metteremo delle regole”.

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