La fase 2 dell’emergenza coronavirus ha decretato anche la possibile riapertura dei Centri diurni per disabili (Cdd). Un intervento atteso da tantissime famiglie, in difficoltà nel gestire figli e parenti durante il lockdown, ma che presenta numerose incognite. Intanto, a quasi una settimana dal via libera, mancano i Piani territoriali regionali (Ptr), ovvero gli strumenti amministrativi o protocolli che permettono alle Regioni di applicare le disposizioni arrivate da Roma e permettere l’effettiva riapertura. Come rilevato da un rapporto Anffas, gli iscritti ai centri diurni per disabili sono almeno un milione in tutta Italia: circa il 10% hanno delle disabilità sensoriali, il 15% disabilità motorie e oltre il 70% disabilità intellettive e disturbi del neuro sviluppo.

I centri erano stati chiusi il 17 marzo con il decreto Cura Italia e ora, come previsto dal Dpcm del 26 aprile, “le attività sociali e socio-sanitarie” possono essere riattivate nel rispetto dei protocolli normativi per la sicurezza e il distanziamento. Il problema grave, però, riscontrato dalle famiglie e dalle associazioni è che al momento non sono stati scritti dei protocolli specifici. Finora nessuna Regione si è mossa, a parte la Campania che il 9 aprile ha approvato il Decreto dirigenziale n.83 per la riapertura dei centri. “Ma con modalità di esecuzione ancora non del tutto chiare e in assoluta carenza di mascherine sia per gli utenti disabili sia per i lavoratori delle strutture”, ha denunciato a Ilfattoquotidiano.it il presidente della Fish Campania Daniele Romano. “Riceviamo diverse segnalazioni dagli operatori che ci dicono che mancano le mascherine e non hanno indicazioni precise su come accogliere gli ospiti al loro rientro”.

“Bene la riapertura dei centri ma chiediamo che vengano fatti i tamponi a tutti” – Le organizzazioni chiedono che venga “fatta subito assoluta chiarezza sui protocolli da seguire” e di non vedere “i soliti tristi scaricabarile tra le istituzioni”. “Abbiamo dei dubbi sulle modalità delle riaperture, perciò chiediamo alle Regioni di essere coinvolti per predisporre insieme dei piani operativi efficaci. Siamo preoccupati della reale messa in sicurezza delle strutture”. A dirlo è la presidente dell’Associazione nazionale genitori soggetti autistici (Angsa) Benedetta Demartis. Dello stesso avviso anche il presidente dell’Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale (Anffas) Roberto Speziale. Per Speziale “il giudizio sulla possibilità di riaprire è positivo. Ma permangono alcune forti perplessità: le Regioni saranno in grado di predisporre subito e compiutamente i protocolli? Quando sarà possibile ripristinare anche quelle attività e servizi rispetto ai quali il decreto non autorizza la riattivazione?”, domanda il numero uno di Anffas.

“Evitare che si creino dei nuovi focolai come è accaduto nelle RSA” – La paura di mandare il proprio figlio o parente nei centri è fortissimo. Secondo Demartis “le famiglie aspettavano con ansia l’apertura dei centri, per molti di noi è una buona notizia perché questi 60 giorni sono stati un vero calvario”. Le situazioni sono eterogenee e ogni utente ha le proprie esigenze. “Molti genitori, ad esempio quelli con figli più gestibili, hanno paura che non vengano rispettate le misure di sicurezza e vogliono rimandare l’inserimento almeno a settembre. Quelle che invece sono più logorate dalla lunga fase di quarantena in condizioni terribili – continua Demartis – accetteranno il rischio, pensando che bisogna pur sopravvivere”. Senza dimenticare il rischio, previsto dalle convenzioni, che chi si rifiuta di riprendere a frequentare i centri, possa perdere l’iscrizione nelle liste di attesa, mandando in fumo il duro lavoro fatto negli anni.

“La salute deve essere la priorità” – Giampiero Griffo, membro della task force per la fase 2 guidata da Vittorio Colao, interpellato da ilfattoquotidiano.it in qualità di coordinatore dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, dice di essere consapevole che “ci sono diverse situazioni critiche“. Come, “i tamponi da fare alla riapertura del servizio a tutte le persone che entreranno nei centri”, e la necessità “di un periodico monitoraggio, costruendo un database da aggiornare di continuo per verificare le situazioni di benessere fisico degli assistiti e degli operatori. Le Regioni devono coinvolgere le associazioni sul territorio nella definizione dei pieni regionali previsti”. I centri diurni in Italia, aggiunge, hanno una tipologia di offerta e qualità dei servizi diversa da Regione a Regione, “purtroppo non esiste un quadro uniforme – spiega – una gestione univoca, i livelli delle prestazioni non sempre sono idonei rispetto alle esigenze”. Secondo Griffo, poi, ci sono tutte le questioni pratiche che devono ancora essere stabilite a livello regionale, che vanno dall’uso dei mezzi di trasporto che portano gli utenti dalle loro case ai centri, la sanificazione delle strutture, la gestione delle spese per l’acquisto dei Dpi, la scrittura di nuovi protocolli per organizzare il flusso di utenti che inevitabilmente sarà diverso rispetto a prima. “Per garantire precise norme di sicurezza è necessario che tutta la filiera sia interessata. Uno dei problemi maggiori – afferma – sono le Convenzioni che vengono stipulate tra l’ente erogatore e l’ente gestore del servizio, che dovranno essere aggiornate con i Documenti di valutazione sui rischi, basati sulle regolamentazioni di sicurezza sul covid-19, per proteggere sia i lavoratori che le persone con disabilità che vi si recano”.

Cosa propongono le associazioni? L’unità di crisi sull’emergenza coronavirus di Anffas ha predisposto un documento di analisi e di indirizzo – L’Associazione presieduta da Speziale il 24 aprile ha pubblicato un documento di 47 pagine rivolto alle istituzioni per tutelare, in particolare, le persone disabili nei centri. “Per questi soggetti – dice Speziale – i centri risultano, spesso, le uniche fonti di sollievo e sostegno per sviluppare le loro capacità. Diventano delle palestre per l’autonomia, l’inclusione sociale, attraverso percorsi sia sanitari che riabilitativi oltre che attività sociali di gestione del tempo libero, attività sportive, laboratori, disegno, tessitura”. L’unità di crisi di Anffas, tra le varie cose, chiede di: ripartire dalla rivisitazione dei progetti individuali e personalizzati, tenendo in debito conto desideri aspettative e reali necessità delle persone con disabilità; garantire adeguate misure per operare tutti in condizioni di massima sicurezza rispetto al rischio di contagio; assicurare adeguate e certe risorse economiche per far sì che gli standard di qualità e sicurezza siano più che elevati; riprogettare strutture e servizi in chiave inclusiva, adattando le attività ed i servizi alle persone e non, come spesso avveniva in passato, le persone ai servizi. E infine di emanare delle disposizioni nazionali a cui tutte le regioni devono attenersi in modo da garantire livelli essenziali omogenei su tutto il territorio nazionale e possibilità di verificare l’efficacia nel tempo.

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