Quando i medici dell’ospedale Carlo Poma di Mantova le hanno detto che anche il secondo tampone era negativo al Covid-19 e che, quindi, era clinicamente guarita, Pamela Vincenzi, 28enne mantovana duramente colpita dalla malattia, non è riuscita a trattenere le lacrime. Era felice per sé, ma soprattutto per la bambina di 24 settimane che porta in grembo. Tutte e due fuori pericolo grazie alla infusione di due sacche di plasma iperimmune prelevato da altri pazienti già guariti: un metodo terapeutico applicato all’ospedale Carlo Poma che ha aderito al protocollo di cura con capofila il Policlinico San Matteo di Pavia. Un metodo basato sull’infusione di plasma ricco di anticorpi specifici che sta funzionando, come dimostra il numero sempre maggiore di storie di persone guarite grazie a questa terapia sperimentale. Ma la storia di Pamela ha qualcosa in più delle altre perché, come dicono dall’Asst di Mantova, “secondo una ricerca bibliografica non risultano al mondo altri casi di donne gravide colpite da Covid-19 trattate e guarite con l’infusione dell’emocomponente”.

Pamela, che ha già una figlia di due anni, si è sentita male i primi giorni di aprile. Il 9 è stata ricoverata all’ospedale di Mantova, dove è stato istituito un percorso Covid appositamente pensato e dedicato alla gravidanza. Le sue condizioni di salute, purtroppo, come capita spesso nelle persone affette da questo virus, sono precipitate in pochissimo tempo. Nel suo caso, in un giorno. L’equipe medica che la seguiva ha predisposto il suo trasferimento nel reparto di pneumologia diretto dal dottor Giuseppe De Donno, medico dal primo giorno dell’emergenza sanitaria in prima linea nella lotta contro il virus e artefice, insieme al dottor Massimo Franchini, direttore del servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale dell’ospedale di Mantova, della terapia con plasma iperimmune. Nel suo reparto Pamela e la piccola vengono continuamente monitorate. “È arrivata in reparto – spiega De Donno – in condizioni gravi: aveva una polmonite bilaterale con grave forma di insufficienza respiratoria. Sarebbe stato necessario applicarle la ventilazione meccanica, ma ciò avrebbe potuto provocare un grave trauma sul feto e un’interruzione di gravidanza. Non le nascondo che mi sono trovato sulle spalle un macigno“.

Ecco che allora, nonostante in letteratura non ci fossero precedenti su donne incinta, De Donno e la sua equipe decidono di provare la terapia con plasma iperimmune: “Dopo l’infusione della prima sacca – prosegue De Donno – l’ossigenazione di Pamela è migliorata e dopo la seconda sono scomparse febbre e tosse. Quotidianamente abbiamo monitorato il polmone compromesso con l’ecografo e ogni giorno era più pulito. In 8 giorni l’abbiamo dimessa e non riesco, a parole, a descrivere la gioia provata nel vedere questa donna tornare a casa con la sua bambina sana ancora in grembo”. La situazione clinica di Pamela è stata continuamente monitorata anche dal dottor Gianpaolo Grisolia, responsabile dell’Attività di Patologia Prenatale e della Gravidanza del nosocomio virgiliano, che spiega come “dal punto di vista ecografico va tutto bene, il feto è alla 24esima settimana”. Grisolia conferma che è stata determinante la terapia con il plasma iperimmune: “il vantaggio di una rapida guarigione ha permesso di non mantenere il bambino in un ambiente ostile, con una scarsa ossigenazione”.

Pamela è stata dimessa ieri e prima di tornare a casa dalla sua altra bimba di due anni ha voluto ringraziare di cuore tutta l’equipe del Carlo Poma che le ha permesso di guarire: “Il plasma mi ha fatto rinascere – spiega la ragazza – ero molto abbattuta, ma ho trovato professionisti straordinari, sempre al mio fianco. Il dottor De Donno, in particolare, mi è stato vicino come un papà”. Adesso per lei la cosa più importante è quella di tornare a casa per abbracciare l’altra sua piccola di due anni e aspettare il lieto evento: “La bimba che nascerà si chiamerà Beatrice Vittoria. Perché insieme abbiamo vinto questa battaglia”. I malati trattati a Mantova con il plasma iperimmune sono stati fino ad ora 25, 50 le sacche dell’emocomponente infuse. Al termine di questo primo protocollo, l’Asst pensa già a un’altra fase della sperimentazione basata su 200 pazienti da trattare.

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