Ospedali che diventano focolai, poca assistenza territoriale, una mappatura imprecisa e tardiva dei contagi. Gli esperti provano a mettere in fila le ragioni per cui la Lombardia ha avuto un tasso di contagi e di decessi così alto rispetto alle regioni limitrofe. “Bisogna pensare alla riorganizzazione territoriale del sistema sanitario – dice Ranieri Guerra, direttore vicario dell’Oms, in un’intervista ad Avvenire – Quello che non ha funzionato in Lombardia e invece sì in Veneto”.

Secondo Guerra, la Regione ha scontato il fatto di aver puntato sull’assistenza ospedaliera anziché su quella territoriale: “La Lombardia ha messo in campo appena 37 su 200 unità speciali di continuità assistenziale – spiega – mentre le altre regioni hanno organizzato le Usca già da settimane”. Poi sottolinea le grandi difficoltà incontrate dagli ‘avamposti’ della sanità sul territorio, i medici di base: “La Lombardia, che ha fatto dell’eccellenza ospedaliera una bandiera in tutto il mondo, si è scoperta quasi totalmente sguarnita dal punto di vista dell’assistenza sul territorio. E se la prima può permettere a un sistema di reggere sul fronte della cura, non può fare altrettanto sul fronte della prevenzione“. Per combattere la battaglia contro il coronavirus, spiega, serve invece la presenza capillare sul territorio “con medici di base competenti, rapporti continui tra medici e aziende sanitarie, una mappatura dettagliata dei contagi, il contenimento immediato dei nuovi focolai in massimo 24 ore, la diagnostica a domicilio“.

Il vicepresidente del Consiglio superiore di Sanità Paolo Vineis, intervistato da La Stampa, punta invece l’attenzione sui tempi d’intervento: “In Lombardia l’infezione si è diffusa prima che altrove, e quando è stata identificata c’erano già molti casi da gestire”. Altre regioni come Veneto e Toscana invece “hanno puntato più sulla medicina di territorio e identificato precocemente i casi isolandoli, secondo le buone regole della sanità pubblica”. Come già Guerra, anche Vineis insiste sul fatto che in Lombardia “la sanità è incentrata sugli ospedali, diventati focolai epidemici, lo stesso fenomeno sembra essersi verificato in Piemonte, dove l’epidemia è particolarmente grave”.

Le opzioni per la Fase Due – Parlando delle ipotesi di ripartenza, Vineis insiste sulle 4D per la riapertura delle aziende lombarde: distanza, dispositivi, digitalizzazione e diagnosi. “In teoria – dice – sembra in linea con quanto proposto da altri, in pratica dipende molto dalla capacità di dispiegare forze ingenti sul territorio in un contesto di depauperamento dei servizi di prevenzione”. E sulla data del 4 maggio osserva: “Per la Lombardia mi sembra molto improbabile, a meno che si riesca a mettere in atto un piano Marshall di sanità pubblica con una moltiplicazione dei tamponi e una ricerca sistematica dei nuovo focolai”.

Guerra, su Avvenire, aggiunge che prima di passare alle strategie economiche bisogna risolvere l’emergenza sanitaria “valutando l’andamento dei contagi, ragionando sui dati reali, mappando puntualmente i casi, in modo da procedere con misure adeguate con la realtà”. Bisogna anche mettere a punto una corretta strategia per la cosiddetta ‘Fase 2’: “Serve una nuova organizzazione del lavoro che tocca anche la vita sociale a tutti i livelli. È chiaro che bisogna pensare nell’ottica della ‘filiera‘. Se riapro l’industria dell’auto devo anche pensare di permettere alle persone di acquistarle”.

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