Distanziamento sociale, niente baci, no agli abbracci e men che meno strette di mano. Insomma uomini e donne come monadi, entità uniche e chiuse. Sars Cov2 ha costretto la popolazione mondiale a questo e tutti hanno come prospettiva magari un paio di mesi. Secondo uno studio realizzato dalla Harvard Th Chan School of Public Health, l’Istituto di salute pubblica della prestigiosa università statunitense, saranno necessarie misure di distanziamento sociale non solo nella fase dell’emergenza Coronavirus, ma per un periodo più lungo. Probabilmente, anche nel 2022. Solo così sarà possibile controllare l’epidemia.

Secondo quando si legge nella ricerca, la quantità di distanziamento sociale necessaria per frenare l’epidemia di Sars-CoV-2 nel contesto di una trasmissione che varia stagionalmente rimane poco chiara. Utilizzando un modello matematico applicato agli Stati Uniti d’America è stato valutato che gli interventi una tantum saranno insufficienti per mantenere l’epidemia di Covid-19 nell’ambito della sostenibilità delle terapie intensive del Paese. Le variazioni stagionali della trasmissione, comunque, faciliteranno il controllo dell’epidemia durante i mesi estivi, ma potrebbero portare a un’intensa ripresa in autunno. Dunque, per questo motivo, gli studiosi di Harvard ipotizzano misure “a rubinetto”, che si apriranno e si chiuderanno con il passare dei mesi.

Del resto come rileva uno studio pubblicato The Lancet Public Health riaprire in modo graduale scuole e aziende di Wuhan ad aprile permetterà di ritardare l’eventuale secondo picco di contagi da Covid-19, spostandolo a ottobre e rendendolo più gestibile per il sistema sanitario. “Le misure senza precedenti adottate dalla città di Wuhan per ridurre i contatti sociali nelle scuole e sui posti di lavoro ha aiutato a controllare l’epidemia”, spiega la prima autrice dello studio, Kiesha Prem. “D’altra parte la città ora deve evitare di togliere le restrizioni in modo prematuro, perché potrebbe verificarsi un secondo picco di casi. Se le restrizioni verranno tolte in modo graduale – continua l’esperta – questo probabilmente ritarderà e abbatterà la curva del picco”.

Il modello matematico ha quantificato l’impatto avuto dalla chiusura di scuole e aziende sulla diffusione dell’epidemia a Wuhan, valutando le modalità con cui persone di diverse età hanno contatti con le altre in differenti luoghi. I risultati dimostrano che gli effetti del distanziamento sociale variano per fascia di età: la maggiore riduzione dei contagi si verifica nei giovani in età scolare e negli anziani, mentre gli effetti sono più modesti negli adulti in età lavorativa. Una volta che le restrizioni vengono tolte, il numero dei casi di contagio è previsto in crescita. La riapertura progressiva dei posti di lavoro a partire dagli inizi di aprile potrebbe ridurre la mediana dei nuovi casi del 24% entro la fine del 2020, ritardando il secondo picco ad ottobre. Questa tempistica vale per Wuhan e non per altri Paesi, “perché la struttura della popolazione e le interazioni sociali sono diverse”, spiega la ricercatrice Yang Liu. “Ma crediamo che un concetto sia valido per tutti: dobbiamo valutare attentamente come togliere le restrizioni per evitare nuove ondate di contagi quando studenti e lavoratori tornano alla loro routine quotidiana. Se queste ondate arrivano troppo velocemente, possono sopraffare i sistemi sanitari”.

Comunque, come scrive Nature, la combinazione di sorveglianza comunitaria, tra test e tracciamento dei contatti, distanziamento sociale e rapide cure cliniche, adottate in Cina e Corea del Sud, ha portato ad un calo delle infezioni e delle morti, ma una delle conclusioni che si può trarre da queste settimane di pandemia è che non c’è una chiara strategia per venirne fuori. Sono state infatti introdotte misure senza precedenti per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, ma non si sa ancora quanto tempo dovranno durare, e se un allentamento permetterà al virus di ricomparire con nuove ondate infettive. Con tutta probabilità, secondo Nature, una duratura strategia d’uscita arriverà dalla ricerca in cui tanti studiosi sono ora impegnati. Nel mondo sono già più di 900 gli studi in lingua inglese pubblicati o in fase di stampa (al 12 marzo), senza contare quelli in altre lingue, sulla struttura del virus, la sua diffusione e caratteristiche cliniche, gli effetti della quarantena e l’impatto psicologico sugli operatori sanitari. Molti altri ne verranno sull’impatto del virus a livello economico, mentale e di protezione ambientale. E’ dura pensare ad un progetto di ricerca con rischi più grandi, così urgente e in un momento in cui nel mondo niente è normale. Gli operatori sanitari stanno lavorando allo sfinimento e si ammalano, e anche i ricercatori non si fermano, senza poter andare nei laboratori con le università chiuse, i loro esperimenti cancellati o ritardati. Ma questo è un grande momento per la ricerca e il mondo intero ha bisogno di vederne i risultati. Nature, conclude l’articolo, farà la sua parte raddoppiando l’impegno nel pubblicare studi, dando segnalazioni e commenti basati sulle evidenze, rendendo subito disponibili online a tutti gli studi sul coronavirus e dando flessibilità nei tempi di consegna ai ricercatori.

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