Ora che la pandemia è una realtà, gli esperti di sanità pubblica delle università e dei centri di ricerca sono diventati più che mai visibili. Questa catastrofe rimodulerà la percezione del mondo accademico dopo gli anni di Donald Trump e Brexit, di negazionisti e complottisti, di terrapiattisti e no-vax?

Per anni, gli studiosi sono stati bollati come fannulloni, baroni supponenti e boriosi, sanguisughe sociali. Soprattutto quelli più appassionati, ma disaccorti e meno proni a sdraiarsi sulle passatoie del potere e della popolarità mediatica.

“Metà della battaglia per salvare le persone si combatte con la comunicazione” ha detto alla Bbc la professoressa Sridhar, esperta di salute pubblica dell’Università di Edimburgo, fino a poco tempo fa bollata come uccello del malaugurio. E sono perciò cruciali la credibilità degli scienziati e la fiducia del pubblico verso la scienza. Quando i media dibattono su tecnologie rischiose o evidenziano casi di cattiva condotta scientifica, la perdita di fiducia nella scienza è inevitabile. Tuttavia, la fiducia nella scienza va ben oltre, ha un’importanza essenziale per la società e per la stessa scienza.

Prima di tutto, la fiducia è indispensabile per “fare scienza”, poiché i ricercatori si affidano alle conoscenze prodotte da altri esperti con diverse specializzazioni e competenze. Ugualmente, la fiducia è fondamentale perché pubblico e decisori politici capiscano quanto la scienza suggerisce loro. Costoro, i laici, non possono fare a meno di dipendere dagli esperti scientifici quando devono sviluppare una propria posizione e, soprattutto, prendere decisioni consapevoli, come nel caso del coronavirus.

Come ovvio, essi hanno una limitata capacità di comprensione della scienza, anche se, ai giorni nostri, sono in grado di accedere rapidamente a tutti i tipi di conoscenza scientifica online. Per gestire le informazioni scientifiche, i laici devono comunque avere fiducia negli scienziati e nelle loro scoperte.

I nodi critici che determinano l’affidabilità epistemica di una fonte scientifica (scienziato o istituzione) sono la competenza, l’integrità e la benevolenza della fonte. Per interagire positivamente con il mondo scientifico, il pubblico dovrebbe basarsi su due pilastri: “ciò che si dice” e “chi lo ha detto”. Se, per il primo, i laici sono comunque un po’ spiazzati, il secondo può basarsi su metriche pubbliche che aiutano a giudicare.

In alcuni paesi – l’Italia tra questi – sia i media, sia l’opinione pubblica, sia i decisori antepongono l’appartenenza, la familiarità, l’affabilità mediatica e la condiscendenza alle virtù scientifiche universalmente riconosciute. Per rendersene conto basta un semplice passaggio dei nomi degli esperti governativi e mediatici degli ultimi vent’anni attraverso la griglia del Web of Science o di Google Scholar.

Gli studiosi di valore che il coronavirus ha catapultato alla ribalta dei media hanno dovuto affrontare una reazione talora subdola, come in Italia, talora violenta, come negli Stati Uniti: fino a poco tempo fa, i fedelissimi di Trump battezzavano come “bufala democratica” il coronavirus. L’accusa di provocare il panico è stata quasi sempre spostata a livello personale. La politica ha spesso privilegiato l’opinione degli esperti che tendevano a rassicurare la gente piuttosto che metterla in guardia. E questi esperti, per loro consuetudine con la politica, tendono ad affermare cose gradite a chi li gratifica.

Uno su tutti, tra gli appelli inascoltati. Il preside della Facoltà di Medicina dell’Università di Hong Kong è un veterano di quattro emergenze: lo scoppio della Sars in Cina nel 2002-03, l’influenza aviaria del 2007, l’influenza suina del 2009 e, ora, del Covid-19. “Normalmente uno studioso assiste a una pandemia nel corso di una vita: quattro sono più che sufficienti” dichiarava sconsolato ai giornali il primo marzo”. Aggiungendo: “la prima ondata di epidemie fuori dalla Cina potrebbe essere appena iniziata”.

Non solo gli epidemiologi e i virologi, ma anche altri studiosi hanno accettato la sfida. Poiché la mobilità urbana è un fattore importante, alcuni ricercatori dell’università di Southampton collaborano con le autorità cinesi per tracciare il movimento dei cittadini utilizzando i dati dei cellulari, strumento utile a valutare l’efficacia degli interventi sulla mobilità.

Un approccio simile a quello dell’Università di Brescia nel quadro di un programma scientifico sul rischio alluvionale che coordino, supportato dalla Fondazione Cariplo. Ma si potrebbero fare molti altri esempi, anche per il mio ateneo, che continua a produrre gel e liquido igienizzante (1500 litri al giorno) da distribuire alla Protezione Civile. E il Politecnico di Milano si predispone a effettuare test di conformità tecnica sui materiali che alcune imprese si sono offerte di utilizzare per produrre mascherine di protezione.

È ancora presto per capire se la pandemia del coronavirus riporterà in auge la competenza, il pensiero indipendente, l’eccellenza scientifica. Ma il mondo si dovrebbe sbrigare. Come disse John Maynard Keynes, “il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti”.

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