Nonostante si moltiplichino gli appelli a rimanere in casa, per Confindustria il contenimento dell’epidemia di coronavirus non può far passare in secondo piano l’esigenza di continuare a lavorare e produrre. Così, il giorno dopo l’entrata in vigore del decreto che limita gli spostamenti in Lombardia e in 14 province ma consente di muoversi “per comprovate esigenze lavorative” (norme ora ampliate a tutta Italia), viale dell’Astronomia rivendica il risultato ottenuto. “C’è stata un‘interlocuzione che ha portato a una versione dal nostro punto di vista un po’ più equilibrata”, dice al fattoquotidiano.it Antonio Matonti, direttore dell’Area Affari Legislativi di viale dell’Astronomia. “La prima bozza consentiva di spostarsi solo per ‘indifferibili esigenze lavorative’ e non considerava l’operatività aziendale, in particolare il tema della circolazione delle merci.

Insomma: è stato il confronto dell’organizzazione imprenditoriale con il governo nelle ore successive alla diffusione delle bozze del provvedimento a condurre alla modifica per cui oggi all’interno della “zona arancione” ci si muove di fatto senza limitazioni, sebbene ai datori di lavoro sia stato raccomandato di “promuovere la fruizione da parte dei lavoratori dipendenti dei periodi di congedo ordinario e di ferie“. Un orientamento che i medici ma anche la politica locale sembrano ritenere permissivo: per esempio l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, lunedì ha ribadito che “se la gente sta a casa questa battaglia la vinciamo, se non dovesse succedere questo il governo dovrà prendere atto di inasprire le misure”.

“Noi stiamo ribadendo che la ratio resta quella di evitare due cose: persone che si spostano e persone che entrano in contatto“, precisa però Matonti. “E’ quello che stiamo raccomandando”. Ma come si concilia questa ratio con la prosecuzione di attività produttive, si pensi alle fabbriche, che comportano per forza di cosa la vicinanza fisica dei lavoratori oltre a rendere necessari spostamenti anche sui mezzi pubblici? “Tutto dipende da come il provvedimento sarà applicato concretamente”, risponde Matonti. “Se la deroga sarà limitata solo agli spostamenti funzionali alle attività lavorative e gli altri saranno sanzionati, le due esigenze saranno contemperate bene”. Quanto alle precauzioni nelle fabbriche, “finora noi ci siamo attenuti alle indicazioni fornite dall’Oms e puntualmente riportate in allegato ai decreti. Adesso stiamo chiedendo al governo anche attraverso la Protezione civile di avere delle linee guida che consentano di tenere insieme il contenimento con le esigenze di continuità produttiva. Ci piacerebbe definire con loro procedure omogenee da far rispettare in azienda anche in base ai differenti contesti, alle dimensioni, al tipo di attività e ai rapporti con esterno“. Anche la vicepresidente di Confindustria Licia Mattioli, che corre per la presidenza, chiede “un’“operazione chiarezza” su cosa si può fare e cosa no. E su come lo si può fare”.

Secondo Confindustria, comunque, lo stop alle attività produttive che era stato imposto a Codogno e negli altri Comuni del Lodigiano (più Vo’ Euganeo) non è mai stato contemplato dal governo per la zona arancione, in cui risiedono 12 milioni di persone contro le circa 50mila della vecchia zona rossa. Dal punto di vista degli imprenditori l’aspetto cruciale era però che venisse specificata la possibilità di far entrare e uscire le merci dalla zona arancione, perché le bozze parlavano genericamente di “evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita”. Il testo definitivo, dopo il confronto con viale dell’Astronomia, dispone invece che sia evitato lo “spostamento delle persone fisiche“. E i chiarimenti del Viminale hanno ulteriormente specificato che “le merci possono entrare ed uscire dai territori interessati” e “il personale che conduce i mezzi di trasporto può entrare e uscire dai territori interessati e spostarsi all’interno degli stessi, limitatamente alle esigenze di consegna o prelievo delle merci”. Va detto che senza questa deroga sarebbero stati a rischio anche i rifornimenti ai supermercati, che in media hanno scorte per un paio di settimane più merci per tre settimane presso centri di distribuzione dislocati in diverse Regioni. Domenica, dopo i nuovi assalti ai supermercati, la Confcommercio ha fatto sapere che “non vi è nell’immediato il rischio di non reperire prodotti alimentari e i nostri lavoratori stanno garantendo questo servizio essenziale”.

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