di Matteo Maria Munno

Da persone poco gradite a protagoniste. In Arabia Saudita, paese che fino a due anni fa vietava l’accesso alle donne presso gli impianti sportivi, nasce un campionato di calcio femminile. Messa così può sembrare una suggestione, ma l’evento è stato già presentato qualche giorno fa.

La WFL, Women’s Football League, si giocherà tra Riyad, Gedda e Dammam, rispettivamente capitale del Paese, seconda città più popolata della zona e città/polo che sorge nell’area più ricca di petrolio saudita: in pratica un triangolo di denaro. In palio un montepremi (niente cotillon, per ora) di circa 130mila euro, con squadre che giocheranno dei preliminari per stabilire i campioni regionali prima di entrare nella fase a eliminazione diretta.

Questo evento, tra l’altro, servirà alla Federazione come punto di partenza per monitorare i propri talenti femminili dopo l’exploit del Mondiale femminile.

La competizione, secondo gli esperti di politica saudita, è figlia delle riforme volute dal principe Mohammed bin Salman, tutte rivolte alla Saudi Vision 2030, ossia un programma intenzionato a ridurre la dipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio attraverso una diversificazione dell’economia interna e lo sviluppo di settori pubblici.

Il calcio femminile arabo, tra l’altro, ha già dimostrato di avere carte in regola. Le Greens degli Emirati hanno ben figurato nel corso della Global Goals World Cup, evento che attraverso lo sport si pone l’obiettivo di promuovere buone pratiche per obiettivi studiati per migliorare la qualità di vita del proprio paese d’origine. Guess what? Le Greens giocavano per l’obiettivo “Life on land” dedicato alla biodiversità. Ma con quel nome una strizzata d’occhio ai diritti umani ci sta tutta…

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