I suoi abiti sono diventati uno status symbol da quando Diane Keaton ritira l’Oscar come migliore attrice per “Io e Annie” con una giacca Armani di taglio maschile. Tutte noi abbiamo svestito con occhio languido Richard Gere, vestito Armani, nel icon movie American Gigolò. Ha inventato un colore, il greige e lo ha declinato nei tailleur e negli abiti da sera. Continua a dire nooooooooo ai potentissimi del lusso Bernard Arnault e Francois Pinault e rimane ben saldo al timone della sua azienda da 45 anni. Per questo il Times magazine lo incornicia Re Giorgio e il sindaco di New York proclama il Giorgio Armani day ( noi abbiamo il vaffa day, capite la differenza?). Ha inventato il pret à porter, tutti gli altri sono venuti dopo. Molti di questi non ci sono più. Lui, è rimasto testa di serie. Se la bellezza salverà il mondo, come scriveva Dostoevskij, Armani ha salvato il made in Italy.

Immaginate adesso l’ebbrezza che può dare ogni volta che apre bocca. Riservato come è, lo fa di rado. Troppo impegnato a 85 anni, portati alla grande, a fare, a creare. Con Emporio Armani sfila l’irresistibile fascino della donna normale. Su un mega quadrato di plexiglass luminoso e il solo guardare la pedana è gia una meraviglia. Ma backstage parla senza freni. “Si parla di donne stuprate in un angolo. Le donne oggi sono regolarmente stuprate dagli stilisti, e mi ci metto anch’io. È indegno quello che succede”, tuona Armani. E si scaglia contro la pubblicità che mostrano donne ipersexy: “Penso a certi manifesti pubblicitari in cui si vedono donne provocanti, seminude: succede che molte si sentano obbligate a mostrarsi così. Questo per me è uno stupro. Scusate lo sfogo e le parole forti, ma sentivo di doverlo dire”. Lui che è sempre stato portatore non di una moda uaoo che faccia scalpore, ma di una moda vestibile, adatta per tutti, che faccia sentire il corpo a proprio agio.

Non è facile semplificare il pensiero del maestro e ridurlo a poche sentenze: “Sono stufo di sentirmi chiedere le tendenze del momento. Le tendenze non sono niente, non ci devono essere. La cosa più importante è vestire la donne al meglio evitando il ridicolo, non discutere di “cosa va di moda o no. Piantiamola di essere succubi di questo sistema”. Bravo Giorgio che ci libera dall’ossessione delle tendenze che “non sono niente, bisogna solo migliorare la donna che vive il suo tempo”. E con questa ultima collezione, ha dato, dunque, la massima libertà alle donne “che se hanno un po’ di testa sanno come gestire questa possibilità”. E alla fine un suggerimento ai maniaci delle tendenze: “Dovreste piantarla di parlare di tendenze che non ci sono, anzi, non devono esserci perché una giacca gonfia non aiuta a essere snelle o sexy ma solo a infagottarsi…”. E adesso, per favore, niente strumentalizzazioni, questo lo dico io.

Si attraversa la strada, si passa all’altro Silos dove oggi inaugura (aperta al pubblico fino al 2 agosto) “Heimat. A sense of belonging”, bellissima mostra di Peter Lindbergh, un gigante della fotografia di moda. Che è anche la celebrazione di una stretta collaborazione fra Peter e Giorgio che risale agli anni ’80. Due carriere parallele che si sono incrociate nella ricerca comune di un’estetica senza artifici.

Ma qui si va oltre. Intanto il titolo Heimat nel lessico familiare vuol dire luogo del cuore. E per il teutonico Lindbergh lo sono sia i ritratti in bianco e nero delle androgine modelle su una solitaria spiaggia di periferia, sia lo sguardo carico di sensualità di Antonio Banderas e di Catherine Deneuve, sia il background industriale industriale di Duisburg, con le sue fabbriche, la nebbia, il metallo e il cemento. Vedere la cruda bellezza al di là di un desolante degrado è roba da maestri. Da vedere assolutamente.

P.S. E’ buona creanza andare alla sfilata indossando qualcosa della griffe: io indossavo una camicia bianca maschile da smoking con plastron in piqué, vintage ( per non dire vecchia). Tutti a dirmi: come è bella. Di fatto lo è ancora. E mia figlia spesso me la scippa.

Pagina Facebook di Januaria Piromallo

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