Da ministro dell’Interno, Matteo Salvini voleva “rottamare” il vecchio sistema d’accoglienza, perché a suo dire, mangiatoia per cooperative e parcheggio per “clandestini”. Quando Luciana Lamorgese ha preso il suo posto al vertice del Viminale ha promesso discontinuità nel gestire l’immigrazione. Eppure “le modifiche apportate al sistema vanno in una direzione peggiorativa, con ancora meno trasparenza”, dice Fabrizio Coresi, policy advisor sull’immigrazione di ActionAid. Ha curato, insieme a Openpolis, Centri d’Italia, monitoraggio del sistema basato in gran parte su richieste di accesso agli atti, del quale il 17 febbraio è uscita la terza parte, che si concentra sulla distribuzione e le dimensioni dei centri di accoglienza.

Nemmeno la circolare del 4 febbraio che rialza le basi d’asta delle gara d’appalto per i centri d’accoglienza, documento che in teoria doveva segnare la discontinuità tanto sbandierata, segna una rottura con il passato. Tutt’altro: ne abbraccia la filosofia di fondo, sostiene Coresi. L’effetto, peraltro, è minimo: l’incremento della base d’asta è del 10%, ossia circa 3 euro. Il documento ministeriale è firmato dal capo dipartimento per l’immigrazione e le libertà civili Michele Di Bari. Oggetto: “Nuovo schema di capitolato di appalto per la fornitura di beni e servizi relativi alla gestione e al funzionamento dei centri di prima accoglienza”. “Centri di prima accoglienza” sono le strutture che accolgono i richiedenti asilo, a partire dal momento in cui sono entrati in vigore i decreti sicurezza di Salvini.

Riavvolgiamo il nastro al momento della rottamazione salviniana. Il leader della Lega al Viminale ha archiviato lo Sprar – il precedente sistema su base volontaria che coinvolgeva i Comuni nell’accoglienza ed era considerato come lo standard a cui accedevano i richiedenti asilo e i titolari di forme di protezione – e lo ha rimpiazzato con il più esclusivo Siproimi, una seconda accoglienza che esclude i richiedenti. Obiettivo: ridurre le strutture e gli spazi. Con la riorganizzazione, è arrivato anche il taglio dei servizi e della base d’asta per le gare d’appalto: visto che non servono più assistenza legale, tirocini, corsi di italiano e inserimento lavorativo, la media giornaliera pro capite varia da 19 euro per i centri più grossi, fino a 26 per gli appartamenti con accoglienza “individuale”. La base in precedenza era di 35 euro al giorno. Risultato: gli ultimi bandi di gara sono andati deserti in tutta Italia. Nessun ente del terzo settore può chiudere i conti a queste condizioni economiche.

Alle gare senza partecipanti, si aggiunge un parere dell’Anac, da cui ha origine la circolare ministeriale. Risale al 27 novembre 2019 ma in realtà è stato sottoposto all’Anticorruzione nel luglio 2018. In pratica, il Viminale ha chiesto ai funzionari dell’Anac di valutare le voci del capitolato degli appalti, perché nel recente passato, spiega Coresi, invece che indire nuove gare, procede a colpi di proroghe. E così il Viminale è uscito con questi nuovi criteri, da un lato per adeguarsi a quanto stabilito dall’Anac e dall’altro per porre rimedio ai nuovi bandi deserti.

L’adeguamento del nuovo capitolato, però, secondo Coresi, “non cambia niente, incide solo sui costi d’affitto. Non inserisce servizi, ma si adegua alle richieste dei grandi attori del mercato”. Quindi, invece che imporre le necessità del sistema italiano, si adegua alle richieste di chi può offrire quel servizio. Il policy advisor di ActionAid ritiene che il punto A2, “Requisiti richiesti per l’accesso alla gara”, sia il più pericoloso, perché allarga le maglie d’accesso alle gare d’appalto: non è più obbligatorio avere almeno tre anni di esperienza nel settore. “La circolare apre a grandi gestori e all’immissione di capitali esteri. Spinge sugli oligopoli, sulle multinazionali del sociale, sui grandi centri che possono fare economia di scala”, aggiunge. Contattato da Ilfattoquotidiano.it, il Viminale non ha rilasciato commenti sui rilievi di ActionAid e Openpolis.

I nomi di chi cerca di aggiudicarsi gli appalti più importanti sono noti: c’è la svizzera Ors – società controllati da fondi d’investimento – che s’è aggiudicata, ricorda Avvenire, il centro di detenzione per irregolari a Macomer, in Sardegna, e Casa Malala a Trieste, centro di prima accoglienza. C’è poi Gepsa, multinazionale francese del gruppo Engie Cofely che si occupa di strutture detentive, la quale già ha una presenza in Italia almeno dal 2017. Oltre i grandi gruppi, ci sono sempre più srl che si dedicano all’accoglienza, una tendenza che alimenta il business, secondo Coresi, invece che la fornitura dei servizi.

In sostanza, quindi, il sistema così strutturato non è in grado di assorbire un incremento dei numeri. Non ci sono candidati per entrare nelle strutture, e malgrado gli annunci, lo smantellamento cominciato sotto Salvini rischia di continuare con questo Viminale. Finché i numeri degli sbarchi sono stati quelli dello scorso anno, il tema non si è posto. Ma il 2020, data l’instabilità libica, potrebbe riservare risultati diversi. Dall’inizio dell’anno al 7 febbraio gli sbarchi sono stati 1.751 contro i 202 del 2019. Quello che potrebbe accadere, quindi, è che il sistema debba di nuovo muoversi in emergenza, con assegnazioni dirette fatte dalle prefetture per centri d’emergenza sulla carta temporanei, che poi potrebbero diventare permanenti.

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