“Le brutte intenzioni, la maleducazione / la tua brutta figura di ieri sera / la tua ingratitudine e la tua arroganza / fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa./ Certo, il disordine è una forma d’arte / ma tu sai solo coltivare invidia./ Ringrazia il cielo: sei su questo palco / rispetta chi ti ci ha portato dentro / ma questo sono io”.

Questo testo lo conosciamo oramai tutti. Ha creato ironia, centinaia di meme sui social, prese in giro e riflessioni più o meno accalorate. Non c’è coronavirus cinese o invasione delle locuste nell’Africa nord-orientale che tengano: in Italia si parla di Sanremo, di Morgan e di Bugo.

Come sa chi legge queste pagine, io ho sempre difeso Morgan. A mio avviso però in questo caso è stato un pessimo professionista. Insomma: hai accettato di gareggiare a Sanremo assieme a un altro artista (fra l’altro bravissimo), e su quel palco gli manchi di rispetto con un gesto che rasenta il nonnismo da camerata mononeuronale (quale Morgan assolutamente non è), facendo pesare la tua fama e il tuo successo, umiliando un tuo collega. Ma chi ti credi di essere?

Questa la mia posizione dal punto di vista etico. L’arte, però, è un’altra cosa, dunque riporto le parole di un artista che stimo, il cantautore Federico Sirianni, con cui mi sono trovato a discutere sull’argomento: “Ammesso che non si sia trattato di una geniale strategia di promozione (mi tengo il dubbio), personalmente sto sempre dalla parte degli ‘sbagliati’, con eccezione del Negroni che mi piace fatto in modo corretto. Morgan è ‘sbagliato’: è irritante, indisponente, inaffidabile, narcisista, arrogante, presuntuoso, drogato, cattivo. In una parola, ‘rock‘n’roll’. Alla faccia dei perbenisti e i benpensanti da Aperol Spritz.”

Sono totalmente d’accordo con Sirianni. Il punto dunque è un altro: l’estetica in molti casi se ne frega dell’aspetto morale. Anzi, si può fare un decisivo passo avanti: quell’esibizione di Morgan rappresenta praticamente il suo più bell’inedito da dieci anni a questa parte, da quando cioè avrebbe dovuto presentare La sera (canzone molto bella a sua volta) al Festival di Sanremo del 2010.

Morgan deve cantare questa nuova canzone ai concerti, magari con il testo completo. È nata da un’esigenza reale, non importa se con presupposti veri, forzati o inaccettabili. La canzone ha un’urgenza fuori dal comune. È perciò bellissima e coglie nel segno. È praticamente già entrata nell’immaginario, cosa che solo poche canzoni sanno fare, ma molto, molto lentamente. Non c’è paragone con la canzone in gara dei due, Sincero: bella di per sé ma che non tiene testa alla portata significativa della versione di Morgan, che fra l’altro funziona magnificamente anche in rapporto dialettico con essa.

Questa nuova canzone, che a questo punto potremmo chiamare “Più sincero”, non è solo autentica sotto il punto di vista delle intenzioni, ma si avvale di una caratteristica fondamentale del postmoderno: l’importanza del contesto, oltre che della struttura semiotica dell’opera stessa. Il contesto è uno degli elementi della comunicazione su cui l’artista lavora, meno evidente del codice e del messaggio (più usuali, su cui si basa storicamente la valutazione estetica).

Mettere sul piedistallo, oppure decontestualizzare un’opera d’arte, rendere lo straniamento, oppure esaltare il “qui e ora” in maniera performativa: tutti questi sono elementi comunicativi essenziali, come insegna il Novecento, e ancora più importanti per l’arte della canzone, che di tutte le contraddizioni di quel secolo si abbevera.

Ce lo dice molto bene Alessandro Alfieri, docente di Teoria e metodo dei mass media all’Accademia delle Belle Arti di Roma e ricercatore in Estetica alla Sapienza: “È ingenuo e sbagliato pensare che nell’epoca di quella che Lipovetsky definisce ‘transestetica e società dell’iperspettacolo’, l’elemento scenico-iconico-performativo non sia decisivo anche per la dimensione artistica, dal momento che sperimentazione estetica ed espressiva e mercato nella postmodernità fanno tutt’uno. Nell’arte postmoderna vige il principio dei giochi linguistici di Wittgenstein: non ci sono essenze pure o espressioni sciolte da legami col contesto. Anche se in maniera negativa, è il contesto, il determinato gioco linguistico, a decretare il senso.”

Tutto questo, in più, crea un cortocircuito emotivo con il Morgan della canzone Altrove del 2003, che in un celebre passo cantava: “C’era una volta un ragazzo chiamato pazzo / e diceva sto meglio in un pozzo che su un piedistallo”; non è stato così nel caso di “Più sincero”, il che testimonia la tribolazione e la poetica dell’assurdo, dell’instabilità e del caos propria del cantautore meneghino.

Sono elementi che rendono la canzone di Morgan irripetibile e di valore assoluto. A noi, per sbaglio, restituiscono un’opera inedita di uno dei nostri migliori cantautori, che non scriveva qualcosa di nuovo da anni e rischiava di diventare uno dei migliori cantautori… potenziali.

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