Sanremo è lo specchio del paese reale, si sa. Un paese che è costretto a guardarsi in faccia, in questo momento storico, dovendo fare i conti con alcuni antichi vizi della nostra cultura nazional-popolare (e non solo). Temi quali femminismo, lotta all’eterosessismo, fluidità di genere – per citarne solo tre – sono ormai entrati in modo prorompente nella scena pubblica, mediatica e non. E ci sono almeno tre elementi tra loro in contraddizione, di questa edizione del Festival della canzone italiana, a far da cartina al tornasole a tutto ciò. Vediamoli insieme.

Tutto nasce, a ben vedere, dalla polemica che ha investito Amadeus sul ruolo della donna sul palco come nella vita. Un passo indietro rispetto al maschio. Ed è così che Amadeus sta trattando le donne che insieme a lui partecipano alla conduzione del festival. Non complementari in un rapporto di parità oggettiva, bensì un supplemento d’arredo. Basta vedere come ha trattato ieri sera Georgina Rodriguez, ridotta ad essere semplicemente la fidanzata di Ronaldo. Insomma, la logica del “passo indietro” è sempre lì, dietro l’angolo.

E se è apprezzabile che si siano portati sull’Ariston temi come la lotta alla violenza sulle donne, dall’altra parte emerge ancora prepotentemente quello sguardo maschile (e al maschile) per cui la “regia” del tutto è affidata all’uomo forte.

E se l’uomo forte è debole in questioni quali la parità di genere, tutta l’impalcatura rischia di crollare. E crolla quando di fronte all’irruenza di Alketa Vejsiu, che si prende il palco “senza chiedere il permesso”, Amadeus la riduce a macchietta televisiva (che è cosa diversa dal riconoscere il personaggio, in una sua dimensione identitaria forte), così come crolla – linguisticamente parlando – quando, per presentare le direttrici d’orchestra, le ha definite “maestro”.

Eppure gli elementi di novità ci sono. Innanzitutto, nella presenza di Rula Jebreal, salita su quel palco nonostante i mal di pancia sovranisti. Con lei, l’Italia in quello schermo ha visto se stessa. In quelle parole, specialmente, in cui la giornalista palestinese parlava di violenza contro le donne. In cui, tra le altre vittime (pensiamo a Franca Rame), ha parlato di sua madre. Dicendo una verità elementare: non si deve più colpevolizzare chi è vittima di stupro e di molestie sessuali. L’Italia del “qui ed ora” – quella in bilico tra progresso civile e resistenza vetero-novecentesca, tra uguaglianza formale e reale e mantenimento di ogni gender gap possibile – ha sentito parole che potrebbero essere le nostre, in una lingua che è la nostra (e che Jebreal domina meglio di molti elettori che urlano a sproposito “prima gli italiani”).

Abbiamo pianto, anche disperatamente in alcuni tratti, con Rula. Perché il suo è un dramma totalmente umano, che non conosce confini, porti chiusi e mari da attraversare. Al cospetto di tutto quel dolore, non si può non prendere posizione. Perché o si è con lei, senza se e senza ma, o si è con quella cultura che prima porta bambole gonfiabili su un palco per ridicolizzare l’avversaria politica e che poi uccide le donne, se osano fare scelte che non piacciono, ancora, al maschio dominante (e violento, in questo caso). Comprensibili, dunque, le polemiche che l’hanno riguardata. Ma ingiustificabili, né ora né mai più. Sempre che non si voglia essere complici con quel sistema, va da sé.

E poi c’è lui, il vincitore morale di questo festival: Achille Lauro. Che in due esibizioni ha demolito la mascolinità tossica che genera tutto questo. La prima serata, esibendosi svestito – con tanto di omaggio a Giotto e a san Francesco – e mandando a dire che non esiste un unico modo di essere maschi. Suggerendo, con la sua performance, che si può essere anche eterosessuali e “femminei”. Che si può giocare col genere, senza creare confusione, ma gridando un messaggio specifico e inequivocabile: il “classico” modo di costruire i nostri uomini, violenti e sovradeterminanti, deve finire. C’è un’alternativa. E l’alternativa la propone nel duetto con Annalisa: cantando “sono stato anche io bambina”, con un omaggio a Mia Martini e rimanendo, lui, un passo indietro rispetto alla sua partner. Su quel palco.

Perché solo rinunciando a privilegi ingiusti si costruisce un mondo più equo. Un pezzo del festival – e quel pezzo d’Italia che vi si riconosce, acclamando tutto ciò – ha capito il messaggio che possiamo ricavare da tutto questo. Le resistenze rientrano nelle regole del gioco. Ma le crepe in quel muro che sembrava impenetrabile e che chiamiamo patriarcato sono sempre più evidenti. Non resta che seguire questa strada e percorrerla. Fino in fondo.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Fine vita, l’Ordine dei medici aggiorna le regole: “Non punibile medico che agevola suicidio assistito quando è legale”

next
Articolo Successivo

Fine vita, il comitato per la Bioetica sui bimbi in fase terminale: “Evitare l’accanimento e percorsi clinici inefficaci e sproporzionati”

next