“Abbiamo detto il 31 gennaio, se non si chiude entro il 31 ci vediamo il 7 febbraio in Tribunale “. A 48 ore dal “gong” il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, è categorico circa la trattativa con ArcelorMittal sull’ex Ilva. Una negoziazione che è ancora in alto mare, non solo sugli esuberi, dove gli spiragli di un accordo sono ridotti: la multinazionale ne chiede 3mila strutturali, il governo risponde con 2mila congiunturali e si dice disponibile a stanziare risorse per la cassa integrazione fino a quando non rientreranno in servizio. Insomma, la distanza è notevole su numeri e modalità, dell’argomento si discute ormai da quasi due mesi e una stretta di mano in extremis è complicata. Anche perché la riduzione della forza lavoro non è l’unico tema ancora sul tavolo, mentre le aziende dell’indotto lamentano un nuovo stop ai pagamenti da parte dei franco-indiani e si preparano a protestare.

Insomma, le 5 paginette di preaccordo consegnate al giudice Claudio Marangoni lo scorso 20 dicembre e servite a spostare l’ udienza sul ricorso d’urgenza dei commissari straordinari al 7 febbraio restano un libro delle buone intenzioni. Per guadagnare altro tempo le parti stanno cercando di approntare un minimo di miglioramenti al preaccordo per confermare al Tribunale che il negoziato è in piedi e progredisce, ma trovare un vero accordo è e resta complicato. E non è detto che il Tribunale di Milano accetti una sorta di “preaccordo 2.0”. Il rischio che si finisca a discutere il ricorso, basato su documenti e memorie durissime, oltre che essere concreto è dunque probabile. Salvo un’accelerazione in extremis su esuberi, risorse, preridotto e intervento dello Stato.

ArcelorMittal, oltre alla posizione rigida sugli esuberi, insiste anche su un impegno economico dell’Italia per l’ammodernamento degli altoforni dirottando le risorse recuperare dai Riva nel 2016 (un miliardo) e che sulla carta dovrebbero essere destinate alla bonifica delle aree dell’ex Ilva che non sono state prese in affitto dalla multinazionale. A discutere di tutto questo, finora, sono stati i rappresentanti dell’azienda e i negoziatori del governo guidato da Francesco Cairo. I sindacati sono fuori da ogni discussione e fanno notare come l’addio di tutto il management straniero, spedito all’estero, possa essere il preludio del definitivo disimpegno della multinazionale.

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