Le guerre di Indipendenza dalle nostre parti si sono snodate per quasi vent’anni e hanno costituito la dorsale del Risorgimento italiano. Quella in corso ad Hong Kong è vista con la svogliatezza proporzionale a quella con cui gli studenti scorrono le pagine fondamentali della storia del Paese.

A catalizzare l’attenzione, forse, può servire una circostanza tanto bizzarra quanto inquietante. Alla drammaticità degli eventi che insanguinano l’ex protettorato britannico si aggiunge, infatti, la sconcertante scoperta di un gioco online il cui nome si traduce in “Combatti insieme i traditori”. Il videogame – disponibile su Internet – invita i giocatori a cacciare i rivoltosi che combattono con determinazione per ottenere la separazione di Hong Kong dalla Cina. La terrificante violenza urbana che distrattamente conosciamo dai mezzi di informazione si è tramutata nell’anima di un passatempo digitale che comincia a spopolare anche oltre i confini della Repubblica Popolare.

Un supporto significativo alla diffusione di questo gioco è garantito dalle piattaforme di social media cinesi, con il ragionevole sospetto che la manovra di promozione di questa forma di intrattenimento ludico rientri in una massiccia opera di propaganda del regime di Pechino.

Il videogame è ambientato sullo sfondo di disordini e manifestazioni di protesta che da tempo caratterizzano le strade di Hong Kong. Le regole sono facilmente sintetizzabili perché l’obiettivo del giocatore è quello di trovare otto secessionisti che sono nascosti in mezzo ad una folla di dimostranti tutti vestiti di nero e bardati con cappelli gialli e maschere a coprire il viso.

I personaggi da catturare non sono soggetti di fantasia ma si rifanno direttamente ai protagonisti della rivolta, come Jimmy Lai Chee-Ying, Martin Lee Chu-ming e Joshua Wong Chi-Fung, oppure a storici “nemici della patria” che nei secoli scorsi erano stati additati come simbolo del più leggendario cattivo esempio. Nella schiera dei catturandi non manca Anson Chan Fang On-sang, altra figura di spicco dell’opposizione: nel contesto virtuale porta una borsa con una bandiera americana, stringe una pila di dollari statunitensi e impugna un megafono per incitare a condotte brutali e aggressive gli altri riottosi.

Chi guarda con attenzione il gioco riesce a scorgere anche qualche faccia occidentale e tra gli altri ne spicca una particolarmente somigliante a Julie Eadeh, responsabile della unità politica del Consolato generale degli Stati Uniti a Hong Kong.

Ben individuati i secessionisti, i giocatori hanno possibilità di sfogare la propria rabbiosa intolleranza andandoli a colpire con ceffoni e con il lancio di uova marce fino a che le Forze dell’Ordine non provvedono ad assicurarli alla giustizia. Il sentimento dominante – a leggere i giornali cinesi che riportano con enfasi l’arrivo di questo gioco quasi fosse manna scesa dal cielo – è quello di punire chi nella vita reale non paga per le responsabilità dei comportamenti separatisti.

La caccia ai “traditori” è un pessimo segnale. Non è un gioco stupido, ma un’operazione di indottrinamento fin troppo evidente che ci auguriamo non sia contagiosa. Sarebbe spiacevole vederne un’edizione nostrana, magari all’attacco delle sardine… Pensarla diversamente (almeno al momento) non è ancora reato.

@Umberto_Rapetto

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