“Un inquinamento di dimensioni vastissime” a fronte di “misure di bonifica palliative“. È quello che è successo a Favignana, isola siciliana in provincia di Trapani, dove una crepa a un serbatoio di gasolio della centrale termoelettrica è stata trascurata per quasi 40 anni. La fagliatura nel serbatoio risale all’ormai lontano 1980: oggi ha causato un disastro ambientale “di dimensioni vastissime”. Tanto che se all’epoca l’area danneggiata si estendeva per 1400 metri quadri, mentre nel 2016 è cresciuta fino a 94mila. L’episodio era diventato uno dei misteri dell’isola, ormai da anni meta dei vip, quando una donna raccontò che “per 15 anni dai rubinetti di casa usciva gasolio invece di acqua”. Adesso il procuratore aggiunto di Trapani Maurizio Agnello e il sostituto Tarondo hanno chiesto rinvio a giudizio per Filippo Giuseppe Accardi, amministratore della Sea, la società che gestisce la centrale.

L’uomo oltre che di vari reati amministrativi è accusato di “inquinamento ambientale“, aggravato dal fatto che è stato compiuto in un ecosistema inserito nell’Area Marina Protetta delle Egadi. Il destino di Accardi è affidato al gup Caterina Brignone, che il prossimo 26 febbraio valuterà se accogliere o rigettare la richiesta dei pm. Tutto risale a “un’accidentale perdita di gasolio da un serbatoio interrato adibito a stoccaggio, verificatasi nell’anno 1980 all’interno della centrale elettrica” che si trova in contrada Madonna, nei pressi del cimitero dell’isola. A segnalare la vicenda erano stati una serie di esposti presentati da un consigliere comunale d’opposizione, Michele Rallo, oggi riconosciuto come parte civile assieme al comune e all’Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente di Trapani. La stessa Sea nel 2014 riconobbe il disastro in un dossier presentato alla Regione siciliana, in cui chiedeva l’autorizzazione a costruire una nuova centrale elettrica.

L’iter venne bocciato e anche l’attuale governatore Nello Musumeci (all’epoca consigliere regionale, che in Sicilia è definito deputato), presentò un atto ispettivo in cui ipotizzava “quale soluzione alternativa, il collegamento dell’isola con la Rete di trasmissione (Rtn) mediante un cavidotto”. Tuttora invece la centrale che fornisce l’elettricità a 3500 utenze è alimentata con il gasolio trasferito sull’isola a bordo di navi cisterna, così come il trasporto dell’acqua che nei mesi scorsi è finito al centro di un’altra inchiesta della procura in cui sono coinvolti anche amministratori e pubblici ufficiali. Secondo le indagini della sezione di polizia giudiziaria del corpo forestale la Sea non avrebbe attuato “il progetto di bonifica approvato con determina n. 128/2000 del 27/09/2005 del comune di Favignana e mantenendo in tal modo attiva una fonte di inquinamento di dimensioni vastissime, persistente e in progressiva rapida espansione areale”. Per questo “dolosamente a partire dal marzo 2008, sino alla data odierna, di operare serie e concrete operazioni di bonifica”, limitandosi ad adottare “di fatto solo misure di bonifica palliative”.

L’inquinamento ha danneggiato “in via progressiva le matrici ambientali costituite da acque sotterranee e suolo senza soluzione di continuità – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio – causando un deterioramento significativo e misurabile di vaste porzioni di territorio e delle acque sotterranee nonchè dell’equilibrio di un ecosistema compreso nell’Area Marina Protetta (Amp) delle Isole Egadi, di rilevante importanza per la presenza di flora e avifauna protetta, la cui bonifica è conseguibile solo con provvedimenti eccezionali”. La Procura aveva chiesto il sequestro della società (finalizzato alla realizzazione della bonifica) ma il provvedimento venne annullato per un vizio di forma. L’ultima relazione – redatta da due consulenti – risale allo scorso aprile e soltanto a luglio la società ha eseguito “interventi di messa in sicurezza operativa della falda della centrale elettrica” affidando l’operazione a una società di Taranto per un totale di 313mila euro. In attesa della prossima verifica.

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