Al vertice euro del 14 dicembre 2018, i 19 Stati membri dell’Unione europea che hanno adottato la moneta unica hanno approvato il prospetto per la riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità conosciuto anche come Fondo salva-Stati. Nonostante coinvolga Stati membri dell’Unione, il Mes non è un trattato europeo, bensì un trattato internazionale istituito nel 2012, indipendente dall’Unione e che, quindi, segue le procedure di modifica dei trattati internazionali.

Di fatto, questo può essere modificato solo da un altro trattato, ed è esattamente questo il processo avviato dai membri dell’Eurogruppo. Era il 13 giugno del 2019 quando i 19 ministri delle Finanze dell’Eurozona hanno trovato un punto d’incontro sulla bozza di revisione al trattato che rappresenta l’accordo sul quale ancora oggi si basa la discussione tra gli Stati membri, con il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, che il 4 dicembre ha puntualizzato di non vedere “una ragione per cambiare il testo”. Le parole del ministro portoghese arrivano dopo che alcuni Paesi, tra cui l’Italia, avevano ipotizzato una ridiscussione dell’accordo che, per quanto riguarda Roma, è basata sulla proposta del famoso “pacchetto” caro al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

I 19 ministri dell’Eurogruppo non hanno ancora firmato il documento. “Detto questo – spiega il professor Enzo Cannizzaro, docente di diritto internazionale all’Università La Sapienza di Roma – un’eventuale firma non rappresenterebbe un aspetto vincolante, anche se, in quel caso, per riaprire la discussione sul nuovo trattato servirebbe l’unanimità dell’Eurogruppo”. Secondo quanto dichiarato nella giornata di mercoledì da Centeno, la firma dei ministri non è ancora arrivata, ma ha puntualizzato: “Non vedo spazio” per rinvii lunghi, ha detto, la firma del nuovo trattato avverrà “a inizio del prossimo anno“, soprattutto per questioni legate alla traduzione e stesura dei testi nelle diverse lingue.

Se, quindi, ci fosse la volontà degli Stati di modificare il testo, sarebbe ancora possibile. Certamente, da un punto di vista politico è difficile che un singolo Stato, soprattutto se tra quelli più in difficoltà, possa usare la linea dura al tavolo delle trattative. Nel caso in cui, invece, si arrivi alla firma di tutti i membri, servirà l’unanimità dei 19 per poter riaprire la discussione sulla bozza.

Lo step successivo, come puntualizzato da Centeno e anche dal premier Conte, è quello di rimandare la discussione ai singoli Stati. Nel caso italiano, nelle due aule del Parlamento. “Con le firme sul trattato -continua il professore – per la sua entrata in vigore è necessaria la ratifica di tutti gli Stati membri dell’Eurogruppo. In Italia, quindi, serve l’ok di Camera e Senato, con successiva ratifica del presidente della Repubblica”.

Nel caso in cui il governo di un Paese, come ad esempio l’Italia, si trovi in disaccordo sul contenuto del nuovo trattato può decidere di non farlo passare in Parlamento e, così, impedirne l’entrata in vigore. Una scelta che, seppur legittima, creerebbe problemi da un punto di vista politico, con uno Stato membro che si troverebbe così a compiere un passo indietro dopo aver discusso e dato l’ok su un documento condiviso. Un imbarazzo ancora più grande se si considera che l’accordo nasce tra Paesi che sono tutti membri dell’Unione europea.

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