È appena uscito per Edizioni inContropiede il libro del caposervizio di Mediaset Andrea Cocchi (116 pagine, 15,50 euro), che racconta la scalata del tecnico toscano dai bassifondi del pallone alla Juventus, passando per Londra. Filo rosso? La coerenza in un’idea di gioco, in un modo di concepire il calcio e la vita. Eccone un brano per gentile concessione della casa editrice:

La partita è bellissima, sembra una pubblicità del calcio inglese. Stadio pieno, cori, sciarpe, bandiere al vento, capovolgimenti di fronte, aggressività, spettacolo. Su un campo perfetto due squadre con dei colori da partita di Subbuteo: rossi da una parte e blu dall’altra. È fine settembre. Non piove, non c’è vento, non fa freddo e qualche luogo comune in meno non rovina la storia. Il modo di giocare delle due squadre non è quello dei tempi del kick and run, lo stile di gioco che è durato almeno un secolo da quelle parti. Ma nemmeno quello un po’ più evoluto, pass and move, del Liverpool di Shankly prima e Paisley dopo. Non è il calcio di quel genio pazzo di Clough, con
un’attenzione particolare e quasi sconosciuta per la fase difensiva. No, qui c’è di più.

Una squadra che prova a giocare con combinazioni precise, triangoli, movimenti non casuali senza palla, un pressing organizzato e fatto in zone di campo altissime e un’altra che sembra una marea rossa che ti assale dappertutto e non appena recupera il pallone si lancia in verticale con spostamenti studiati, assalti preparati alla porta avversaria. Per chi la vede allo stadio o in tv, in ogni parte del mondo, la certezza quasi matematica che quella non sia solo la Lega più ricca del pianeta, ma anche la più spettacolare, un inno al calcio, quello vero.

Il telespettatore non ha tempo di distrarsi, se ti capita di doverti alzare dal divano hai il terrore di perderti qualcosa di indimenticabile. Poi succede, a metà del primo tempo. Due blu stanno manovrando a metà campo e l’ultimo che ha il pallone lancia nello spazio un terzo che corre verso l’area, controlla e piazza un sinistro che porta in vantaggio la squadra di casa. La partita prosegue nello stesso modo per più di un’ora, azioni mozzafiato, occasioni continue. Mancano meno di dieci minuti alla fine. L’allenatore dei blu è concentrato su quello che sta succedendo in campo, cerca di capire se i suoi siano in grado di reggere fino alla fine, ma più che alle mosse da studiare per portarsi a casa il risultato, nonostante la vittoria voglia dire sorpasso ai rossi in testa alla classifica del campionato più difficile del mondo, sta valutando se i suoi stiano continuando a seguire le idee, il calcio, il modo di intendere il gioco che continua, giorno dopo giorno negli allenamenti, a insegnare ai suoi nuovi alunni.

C’è qualcosa però che lo distrae. Si rende conto che l’allenatore avversario, nonostante si stia giocando la testa della classifica e sia sotto di un gol, continua a fissarlo e a sorridere. Stupito, gli si avvicina e gli chiede perché. “Mi sto divertendo un mondo e tu?”. La replica lo spiazza, poi ci pensa un secondo e risponde: “Anch’io”. Passano pochi minuti, i rossi pareggiano nel finale. I due allenatori al fischio dell’arbitro si cercano, si avvicinano e si abbracciano. Sorridenti, felici come bambini che hanno appena finito la partita in cortile e sono costretti a tornare a casa. Contenti per aver vissuto un pomeriggio bellissimo, ma dispiaciuti che il divertimento sia finito.

Maurizio Sarri racconterà spesso questo episodio che forse è il manifesto programmatico del suo modo di intendere uno sport che di sport ha sempre meno. Anche se un allenatore ormai è quasi un dirigente d’azienda, un uomo costretto a far quadrare i conti non solo in campo, alla fine resta un innamorato del proprio lavoro, di quel pallone che se rotola in un certo modo, secondo le logiche studiate, provate, preparate in decenni di allenamenti, riunioni, video analizzati, confronti con colleghi e calciatori, battaglie di ogni tipo, ti può dare delle soddisfazioni che non hanno confronti. Vincere, certo. Questo fa la differenza, inutile continuare a fare della poesia, ma i risultati possono arrivare anche seguendo le regole e le idee studiate per tutta una vita passata in campo. Di fianco, quel giorno, Sarri, arrivato da circa un paio di mesi alla guida del Chelsea, ha trovato un altro come lui. Jurgen Klopp, l’allenatore tedesco del Liverpool, è un malato di calcio con una filosofia precisa, strutturata, perfezionata nel corso di una carriera passata a vivere la propria professione con una passione infinita. È il momento perfetto. Il momento in cui ci si rende conto di non avere sbagliato. Che tutto doveva davvero andare così.

Che quando hai lasciato un posto sicuro per inseguire un obiettivo e qualcuno ti dava del pazzo quel qualcuno è solo un personaggio con una limitata capacità di credere nei sogni. Che poi fosse solo un fatto di sogni. Qui è proprio una questione di sopravvivenza, nel senso che non puoi pensare la tua vita in modo diverso. Certo, un bel posto in banca ti assicura uno stipendio che ti permette una vita agiata. Hai una moglie e un figlio, la sicurezza conta. Ma è anche importante seguire se stessi. Maurizio Sarri è se stesso quando esce dagli uffici e si mette in tuta. Allena squadre di dilettanti, ma la passione è la medesima, identica, di quando si ritroverà in mondovisione a sfidare Klopp. Non è solo seguire un sogno. È seguire la propria strada. Allora si può anche rischiare. Perché quello sul campo non è un lavoro. È il divertimento, l’utopia della ricerca della bellezza. Quel giorno, sulla linea di fondo di Stamford Bridge, tutto è stato più chiaro. Forse era giusto così. Forse, ma forse, ma sì.

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