Entri in un altro ritmo di vita appena vai sulla strada. Dopo 18 ore d’aereo, nella strada che dall’aeroporto ti porta all’hotel, vedi che le macchine bhutanesi si destreggiano senza il minimo accenno di protesta tra mucche e cani, piazzati al centro della carreggiata. “Sono tutti liberi, e vengono nutriti da ciascuna famiglia, che lascia il cibo fuori dalla casa”, mi racconta la mia guida Ut. E a proposito: sui muri di ogni casa c’è disegnato un fallo. È il simbolo nazionale: “Il protettore del Bhutan lo usò come bocca di fuoco per sconfiggere il diavolo migliaia di anni fa”, continua Ut, svelando un’altra delle bellissime contraddizioni del Bhutan. La pornografia e i baci in pubblico sono vietati, ma i templi traboccano di falli di legno usati per le benedizioni. I bhutanesi adorano il calcio e sono ultimi nella classifica Mondiale Fifa, sono il popolo che fa più feste nazionali (circa una l’anno) ma non vogliono programmarle (“Ci mette ansia”).

Tutte queste contraddizioni hanno contribuito a renderlo il Paese più bello da visitare nel 2020 secondo la Lonely Planet. Nella sua prestigiosissima Best in Travel, la Lonely ha incoronato questo piccolo stato grande quanto la Svizzera, tra la Cina e l’India, dove 700 mila persone vivono con circa 200 dollari al mese e lo status di “uomini e donne più felici del mondo”. Lo ha messo davanti all’Inghilterra (seconda), alla Macedonia del nord (terza) e ad Aruba (quarta). E lo ha preferito di gran lunga all’Italia, che nelle 40 mete suggerite compare solo con una categoria e una regione: le Marche, al secondo posto delle mete regionali.

La strada che li ha portati a essere “il Paese più felice del mondo” (case study dell’Onu) è iniziata circa quarant’anni fa, quando l’allora Re Jigme Dorji Wangchuck decise che ogni azione politica avrebbe dovuto tenere conto non del Pil ma della Fil: la Felicità interna lorda, misurata con questionari annuali in cui si chiedeva ai cittadini conto del loro benessere psicologico, dei loro rapporti sociali e della tutela della natura.

Funzionò: il Re di fatto si abolì, introducendo la democrazia (per la disorientata disperazione dei suoi cittadini che lo pregavano di ripensarci). Assieme a quella introdusse la tv, internet, una parità dei sessi quasi assoluta e una gestione del turismo piuttosto intelligente. Un turismo, sostiene la Lonely Planet “di alto valore e basso impatto che obbliga i viaggiatori a pagare un’elevata tariffa giornaliera solo per mettere piede tra i suoi monti profumati di pino e coronati da monasteri”. Tra le attrazioni maggiori, il monastero della Tana della Tigre, la valle di Punakha e i bhutanesi stessi.

Sono tipi onesti. Le loro carceri sono quasi tutte chiuse, salvo un paio. Gli omicidi sono piuttosto rari, meno di uno l’anno, e il reato più diffuso è quello di furto: i “fuorilegge” più selvaggi salgono sulle montagne e rubano le pietre contenute nelle statue dei Buddha. Tipi buddisti, anche, i bhutanesi. Impregnati di un buddismo fino al midollo, poco new age (non conoscono neanche i Bealtes) e molto pratico. Che li porta a rispettare l’uomo, la natura e gli animali come forse nessuno al mondo. Il Paese è l’unico al mondo a emissioni negative di carbonio, ed entro il 2020 diventerà la prima nazione interamente biologica.

La sera, nel Paese, si passa giocando a biliardo o andando nei “Drayang”: una stanza con luci basse, un piccolo palco e tavoli con birra, attorno ai quali girano ragazze del posto agghindate nel loro castissimo abito tradizionale (un Kira) e tenendo un quadernino in mano. Ogni tanto qualcuna di loro si siede attorno agli avventori, appoggia il quadernino con i cuoricini sulla loro gamba e chiede di scegliere una canzone tradizionale da farle cantare sul palco. Due dollari il prezzo, uno per lei e uno per il proprietario. Ed è questa, la cosa più trasgressiva del Bhutan: un X Factor stonato e più casto del nostro Sanremo. Un altro ritmo.

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